La degustazione Wonderland – 2a Puntata

Proseguiamo il racconto delle nostre degustazioni,

Bourgogne Hautes Côtes de Beaune 2014 AegerterBourgogne Hautes Côtes de Beaune 2014 Aegerter

La Maison Jean Luc & Paul Aegerter è sitaata a Nuits-Saint-Georges. Vinificatori, vigneron e négociant, devoti al territorio borgognone di cui sono un riferimento, sia come mercato interno che estero.

Un granato pieno illumina il medio corpo del calice, vaghi riflessi più aranciati. Olfatto di buona intensità e complessità, che spazia tra frutta rossa e nera, geranei secchi e una dolce speziatura di chiodi di garofano.
La bocca è secca, asciutta, morbida ma con spiccata acidità. Nell’insieme, equilibrata, forse non troppo persistente.
Un vino, nell’insieme, abbastanza armonico, che tuttavia non stupisce.

Lo possiamo abbinare ad un rognone di vitello alla crema.

Valpolicella Classico Superiore 2015 “Terre di Forlago” Franchini

Valpolicella Classico Superiore 2015 "Terre di Forlago" Franchini

L’azienda agricola Franchini si trova proprio nel cuore della Valpolicella, a Negrar, in località Forlago. La famiglia Franchini lavora nel solco della tradizione antica quanto ben radicata di queste terre. Le vigne, che si estendono per 9 ettari con un età tra i 30 e 50 anni, sono rigorosamente allevate a “pergola veronese”. I vitigni a bacca rossa sono quelli tipici: Corvina veronese, Corvinone, Rondinella Molinara e Negrara. Se vi capita di andare alla FIVI, fermatevi ad assaggiare i loro vini: il loro recioto è strepitoso.

Abbiamo degustato per voi il Valpolicella Classico Superiore 2015 “Terre di Forlago”.

Il colore è rubino con ampi riflessi granati. Al naso colpiscono subito l’intensità e l’immediatezza olfattiva, dominata da ciliegie e amarene in confettura e una rosa appassita. Si possono percepire lievi accenni vegetali di peperone e di pelle animale. L’intensità si conferma al palato con estrema morbidezza e rotondità, il sorso è avvolgente, fresco e con un bel finale lungo e fruttato. Un vino di corpo, equilibrato e nel pieno della sua maturità.

Il valpolicella Classico Superiore dopo la vinificazione ed una macerazione di 12 giorni sulle bucce riposa per 12 mesi solo in acciaio.

L’abbiamo abbinato ad una mimolette francese, formaggio prodotto nella regione di Lilla con latte crudo di vacca.

Nero d’avola “Focu” 2015 Bidditti

Nero d’avola “Focu” 2015 Bidditti

L’Azienda Bidditti si trova a Mazzara del Vallo, il nome, scritto in dialetto siciliano, significa bellezza.
E’ un’azienda giovane che nasce nel 2014 dall’idea di sei ragazzi e con lo scopo di diffondere i prodotti della loro terra in tutto il mondo.

Questa sera abbiamo degustato il Nero d’avola “Focu” 2015.

Nel calice si presenta di un colore rosso rubino intenso ed impenetrabile con qualche residuo che lascia pensare ad un vino non filtrato. Lo spettro olfattivo si apre con una gustosa nota di amarena che prosegue su fiori rossi per terminare con accenni di chiodi di garofano.
In bocca è un vino equilibrato e di buona beva. La vivace freschezza nasconde la grande cilindrata rappresentata dalla poderosa alcolicità con tannini fini e vellutati. Il sorso chiude con un lungo finale fruttato.
Affina tre mesi in acciaio, tre mesi di barrique e due mesi in vetro prima di presentarsi sul mercato.

Abbinamento: alette di pollo speziate al forno.

Modena Champagne Experience 2017

L’8 e il 9 Ottobre 2017 a Modena si è svolta una delle più grandi manifestazioni mai realizzate sulle bollicine d’Oltralpe.

Modena Champagne Experience, ha chiamato a sé tutti i più grandi importatori d’Italia, nomi del calibro di: Sagna, Velier, Pellegrini, Banfi, Rinaldi, Balan e tantissimi altri. Il tutto immerso nella cornice dell’incantevole Modena, con i suoi tesori architettonici dichiarati patrimonio UNESCO; posizione strategica ideale per poter permettere a tutti gli appassionati di bollicine del centro-nord Italia di fare un breve viaggio di qualche ora.

Al fine di poter raccontare al meglio questo evento, noi di Wonderland abbiamo scelto di partecipare a tutte e due le giornate, così da poter, per quanto possibile, gustare le nuove annate e assaggiare nuovi produttori.

Per riportare l’esperienza vissuta, abbiamo pensato di scrivere un articolo raccontando le tre bottiglie delle tre aziende che ci hanno colpito di più, seguendo la logica organizzativa dell’evento che ha suddiviso i produttori in: Maison Classiche, Côte de Blanc, Vallée de la Marne, Montagne de Reims e Aube.

Tra le Maison Classiche ci ha particolarmente colpito l’azienda Palmer & Co con il suo Amazone composto da solo vini di riserva e tenuto sui lieviti per circa tredici anni. Un vino di un enorme ventaglio olfattivo, in bocca è intenso e cremoso con una piacevole scia sapida in chiusura.
Altra bottiglia da non perdere è La Grande Année Rosé 2005 di Bollinger, un capolavoro enologico. Questa tipologia venne prodotta solo dopo la morte di Madame Bollinger che non amava i rosé. Matura otto anni sui lieviti. In bocca colpisce per la sua avvolgenza e il suo straordinario equilibrio, sicuramente un vino che meriterebbe più di un assaggio per poterlo descrivere.
L’ultima bottiglia che inseriamo in questa categoria è Princes Blanc de Blanc dell’azienda De Venoge. La bellissima bottiglia richiama la forma del decanter, l’uvaggio è solo Chardonnay che riposa sui lieviti per tre anni. In bocca è immediato, piacevole e con un bel finale agrumato-minerale.
In Côte de Blanc abbiamo potuto apprezzare Les 7 Crus di Agrapart composto con i principali Crus dell’azienda: cinque facenti parte della Côte de Blanc e due della Vallée de la Marne. Quasi tutto Chardonnay con solo un 10% di Pinot Noir. E’ uno Champagne di gusto, che lascia una bocca pulita e lo si può apprezzare come aperitivo o semplicemente da solo.
La seconda bottiglia scelta è quella di Pierre Legras con il suo Blanc de Blanc Grand Cru. Un’azienda con 10 ettari di proprietà nel comune di Chouilly. Champagne di grande finezza, colpisce per la sua eleganza già dal primo sorso e con un finale sapido di lunghissima persistenza.
L’ultima che inseriamo in questa categoria è la Cuvée Blanche de Castille di Colin. Il 60% dei vini di riserva è fatto con il metodo ‘solera’ e solo il 40% con i vini d’annata. Questo Champagne regala un assaggio di grande piacevolezza, si apre al naso con una intensa frutta esotica matura per poi regalare in bocca cremose note di pasticceria.
Per la Vallée de la Marne abbiamo assaggiato tre fuoriclasse assoluti.
Stiamo parlando degli Champagne di Dehours & Fils, in particolare ricordiamo Le Generaux che proviene da un vecchio vigneto piantato nel 1979 a sole uve Meunier e che riposa sui lieviti 72 mesi.
L’Ame de la Terre di Francois Bedel che Matura 96 mesi sui lieviti. Sorprende al naso per le delicate note speziate ed in bocca per il suo meraviglioso equilibrio.
Joseph Desruets con il Sous les Clos Premier Cru 2009; Champagne che riposa sui lieviti per 84 mesi. Grande impatto olfattivo di crosta di pane appena sfornato, al palato colpisce la notevole struttura e la nota torbata di sottofondo.
Per le Montagne de Reims abbiamo selezionato i tre migliori sorsi in: Marguet, Paul Bara e Roger Coulon.
Shaman 13 Grand Cru Extra Brut di Marguet è prodotto con le vecchie vigne provenienti dal villaggio di Ambonnay. Champagne con prevalenza Pinot Noir e con un 20% circa di Chardonnay. L’olfatto è raffinato e complesso, in bocca ha una straordinaria profondità e una ricchezza sapida nel finale.
Il Reserve Grand Cru di Paul Bara si apre con un impatto olfattivo che ricorda la crosta del parmigiano, per poi virare sulla frutta candita e bergamotto, in bocca il perlage è sottile e cremoso con una grande freschezza agrumata appagante.
Infine il Reserve de l’Hommée di Roger Coulon. Champagne incantevole il cui nome “L’Hommée” indicava l’antica misura agraria che si basava su quanta vigna un uomo riusciva a lavorare in una giornata. Elegante la dinamica gustativa, con ritorni di brioche e spezie.
Avremmo voluto dare anche i tre nomi dell’Aube, ma per questa sessione di Modena Champagne Experience non c’è stato il tempo, pertanto, sperando che questi consigli vi saranno utili, attendiamo con ansia il prossimo anno.
Santé!

 

 

 

Girlan, l’eccellenza in una cantina sociale

Ed eccoci ancora in Alto Adige, alla ricerca di quel qualcosa che rende questa provincia un punto di riferimento per il vino italiano e non solo.

Incontriamo oggi Oscar Lorandi, direttore della Cantina Girlan, a Girlan/Cornaiano, il primo paese sulla Strada del Vino dell’Alto Adige, per chi arriva da Bolzano.

La cantina

Oscar Lorandi è un manager molto preparato e competente e ci accoglie con grande empatia.

Ci racconta i quasi cent’anni di storia di questa sorprendente realtà sociale, che conta circa 180 aziende conferitrici su oltre 200 ettari e dà lavoro a qualcosa come 2000 famiglie della zona.

Dal 1923 ad oggi, le cose sono sicuramente cambiate e molto. In particolare è cambiato l’approccio al vino, alla vinificazione, alla qualità delle uve e, seppur non senza difficoltà, l’approccio che hanno i conferitori nella lavorazione in vigna.

L’ottenimento della qualità sul prodotto finale, sottolinea Oscar Lorandi, necessita in primo luogo estrema attenzione su quanto avviene tra i filari.

Il controllo sul modo di operare del singolo conferitore diventa, pertanto, uno dei punti di forza del sistema Cantina Sociale, al fine di proporre al mercato prodotti dall’elevato profilo qualitativo.

Insomma, il socio conferitore è anche “proprietario”, in forma associativa, della sua quotaparte di produzione, quindi invogliato a lavorare “bene”. Ciononostante, il controllo da parte dell’agronomo della Cantina Sociale è sempre necessario al fine di ribadire e standardizzare i sistemi di produzione delle uve.

Chiaramente, in un contesto di 200 ettari non è possibile fare biologico, ma, ci dice Lorandi, la tutela del contesto naturale e la riduzione al minimo dei trattamenti si rivela un volano straordinario per l’ottenimento di prodotti di qualità stabile.

Oltre al fatto che si è scelto, da sette vendemmie, di rendere la lavorazione in cantina il più possibile delicata grazie alla sostituzione dei macchinari meccanici con la gravità.

Certo, le ultime sofferte annate hanno contratto la produzione che, comunque, si mantiene su un numero importante di bottiglie, vendute soprattutto sul mercato locale a uso delle innumerevoli attività ricettive del territorio.

La cantina è grande e funzionale, moderna e pulitissima, ma ci sorprende quando accediamo alla parte antica, seicentesca, posta sotto un antico maso. Botti grandi ovali della tradizione tirolese, prodotte ancora oggi in Austria, arredano le lunghe gallerie sotterranee. Non mancano, comunque, le barrique in stile francese.

Degustiamo…

I vini proposti sono molti, a cominciare dalle bottiglie classiche, per salire ai vigneti, quindi alle selezioni.

Partiamo assaggiando il 448 s.l.m., nome che va ad identificare l’altezza media del comune di Girlan/Cornaiano. Un blend fresco e profumato, estivo, davvero ottimo per un aperitivo tra amici sotto una pergola o al bordo di una piscina.

Proseguiamo con il Pinot Bianco, il Weissburgunder della tradizione sudtirolese, il vitigno più identificativo di questo altopiano e, per dirla così, il più autoctono tra i bianchi. Grande naso floreale e una bella freschezza in bocca.

Passiamo al Pinot Bianco del vigneto Plattenriegl, esaltante freschezza, minerale e di gran corpo, un vero piacere.

Arriviamo, finalmente, alle selezioni. Il Sauvignon Flora è esaltante. Dopo una prima vena varietale si apre in un naso di rara ampiezza, con struttura quasi da Pessac-Leognan, tanto che mi viene spontaneo domandare se si conservano le vecchie annate come nella vicina cantina di Terlano. E invece no, qui la produzione viene tutta venduta: questo è, d’altronde, il fine commerciale di una cantina sociale.

Tra i rossi, apprezziamo il Pinot Noir Patricia, profondamente borgognone, con bel naso floreale e tannini levigati su un’acidità abbastanza prepotente che invoglia a finire il bicchiere senza troppi pensieri.

Finiamo con la Schiava di vecchie vigne, la Vernatsch Gschleier, sorprendente tanto nella complessità olfattiva quanto nella struttura, con bei tannini e tanta tradizione.

Concludendo…

Ci alziamo dal tavolo di degustazione come di solito si fa dopo una serata tra amici, beatamente immersi e inebriati dal profumo dei calici e ci accomiatiamo da Oscar che ci ha davvero fatti sentire dentro il mondo dei suoi vini.

Si è fatto mezzogiorno ed è il momento di proseguire.

L’Alto Adige non si farà negare neppure stavolta e ci racconterà ancora il suo mondo umano e contadino che spazia dalle antiche pergole che si arrampicano eroiche sulle falde di porfido degli altopiani fino alle superbe rocce pallide delle Dolomiti.

 

Champagne Drappier: histoire, terroir et passion

Ad una magistrale lezione sullo Champagne ricordo molto bene quando ci fu spiegato quali ragioni fanno della bolla d’Oltralpe un vino inarrivabile e, semmai, il riferimento assoluto per chi fa metodo classico in tutto il mondo.

Tali ragioni sono la storia dello Champagne, il suo terroir e la passione dei vigneron.

Nella nostra visita con degustazione ad una delle maison di riferimento dell’Aube, ho avuto il piacere di  sperimentare quanto questi fattori si fondano nel bicchiere per donare anima e classe allo Champagne, tanto da rendere vani e fuori luogo paragoni con le “altre” bollicine.

Sto parlando della maison Drappier, con sede nel piccolo villaggio di Urville: si trova nel dipartimento dell’Aube, a pochi chilometri da Bar-sur-Aube.

Ci accoglie l’attuale proprietario Michel Drappier: seppur distinto e competente è sempre sorridente e di una simpatia contagiosa. Ha voglia di scherzare, riuscendo a far sentire tutti i visitatori a loro agio.

Michel ci accompagna a visitare le cantine storiche della maison lungo un bellissimo percorso, ben consapevole della varietà dei visitatori presenti e della propensione di alcuni a ritenere la vista una specie di tour dei sotterranei.

Ho detto maison perché, come prevede la legge Francese, Drappier ha una buona percentuale di uve da vigne non di proprietà (circa 50 ha di proprietà e 40 ha di viticoltori conferitori), ma stiamo parlando di una famiglia di vigneron molto importante, con una lunga storia di vinificazione iniziata nei primi anni del 1800 fino all’attuale generazione con Michel ed i suoi tre figli che ne rappresentano ben l’ottava.

La storia: le cantine, che sono ai piani inferiori dell’abitazione della famiglia Drappier, furono fatte costruire nel 1152 da Bernardo Di Chiaravalle che, arrivato da Digione, fondò l’abbazia di Clairvauxh e utilizzò queste cantine per la conservazione del vino: a quel tempo si trattava di un vino rosso e fermo. Il cosiddetto Vin da Bar, già molto apprezzato dal re di Francia, viaggiava verso Parigi su bastimenti che scendevano lungo il corso dell’Aube e della Senna.

Il terroir: siamo nel territorio di Urville, particolarmente vocato al Pinot Nero che, guarda caso, fu introdotto proprio dai cistercensi dalla Borgogna. Qui il clima è fresco, anche se leggermente più mite del nord della Champagne; le colline molto morbide ed i terreni composti di marne e calcari Kimmeridgiani hanno molto in comune con quelli del nord delle Borgogna (Chablis) e donano al Pinot nero un fruttata croccantezza e morbidezza. Il Pinot nero è il vitigno principale di questa regione ed è anche quello a cui la famiglia Drappier è rimasta fedele: il Carte D’Or Brut, (con minimo l’80% di pinot nero) è espressione autentica dello stile Drappier.

Michel ci spiega in un buon Inglese e con parole semplici come intendono fare Champagne, con alcune scelte di produzione davvero uniche e interessanti: da ciò che sto per raccontarvi emerge tutta sua grande passione, che, non dimentichiamo, è il terzo e non meno importante fattore per fare un grande Champagne!

Drappier si definisce “organic oriented” e la maison si sta convertendo per avere la certificazione: produce vini non filtrati e a basso contenuto di solfiti (fino ad arrivare all’estremo brut nature sans soufre).

Per tenere basso il quantitativo dei solfiti, in tutte le fasi delle vinificazione, si cerca di minimizzare il contatto con l’ossigeno, a partire dalla macchine pressatrici che fanno cadere il mosto nelle cisterne solo per gravità, alla scelta dei legni per l’invecchiamento dei vini, al fatto di non cambiare mai il contenitore in vetro per la seconda fermentazione, anche per i grandi formati di bottiglie.

Drappier – Carte d’Or Melchisedech

 

Quella che vediamo è la più grande bottiglia di Champagne mai prodotta: una Melchisedec equivalente a 40 bottiglie per 30 litri

 

 

 

 

 

Oggi la loro produzione è costituita da un 70% di Pinot Noir, 15% di Chardonnay, 13% di Munier ed un 2% di vecchie varietà che sono quasi totalmente scomparse dalla Champagne: Arbane, Petit Meslier, and Blanc Vrai una varietà che si trova anche in Borgogna ed è comunemente chiamata Pinot Blanc e che qui si usa chiamare Blanc Vrai perchè significa “veramente bianco”, infatti sia la buccia che polpa sono decisamente bianche.

Drappier è uno dei pochissimi produttori ad utilizzare tutte e sette le varietà per la sua produzione, in particolare il blanc de blancs Quattuor, vuole valorizzare questi vitigni dimenticati.

Altra caratteristica unica: Drappier usa un proprio lievitino biologico, registrato. E’ molto difficile che si possa registrare il brevetto di qualcosa di vivente come lo sono i lieviti: possiamo considerare questi lieviti come una firma dello champagne Drappier.

Il riposo sui lieviti va da un minimo di due o tre anni per il Carte d’Or fino a nove anni per il Grande Sendrée (oggi stiamo bevendo il 2008).

Il dosaggio finale è la liqueur d’expedition fatto di vecchio vino di champagne e zucchero di canna biologico dai Caraibi (Martinica). Chiaramente nel brut nature non verrà aggiunto lo zucchero, per il Carte d’Or si aggiungono 5-6 grammi di zucchero, mentre per il più dolce demi-sec si arriva a 35 gl.

I russi, molto tempo fa, erano degli ottimi consumatori di demi-sec, oggi non più: il mercato richiede quasi esclusivamente Champagne secco.

OVUM Taransaud

 

Nella foto a fianco l’unica grande botte a forma di uovo: ce ne sono solo due in tutta la Champagne, ma Drappier è stato il primo ad averla. La forma è considerata quella ideale per la maturazione del vino poiché al suo interno si generano delle correnti, dei moti convettivi che conferiranno particolare eleganza al vino.

Il vino sarà differente se matura nella botte a uovo, o nella botte ovoidale verticale o orizzontale.

Nella foto sottostante possiamo notare delle nuove botti il cui legno arriva dalla “Forêt d’Orient” che, in Francia, sono uniche: non ci sono altre botti fatte con questo legno. Questa foresta, che apparteneva all’ordine dei templari (un potente ordine di cavalieri) è immensa e si trova non molto lontano, sempre nel dipartimento dall’Aube: Drappier ha avuto la possibilità di utilizzare alberi secolari per ottenere delle botti speciali in cui conservare i vini di riserva.

 

Drappier – Barrel

 

Dobbiamo pensare che Drappier produce ogni anno circa 75 vini diversi e l’anno successivo, tra Febbraio e Maggio, Michel decide le dosi che comporranno la cuvée (il blend).

E’ suo compito assaggiare tutti e 75 i vini, ciascuno anche dieci o venti volte: parliamo quindi di circa 3000-4000 degustazioni, rigorosamente alla cieca, da effettuare alla fine dell’inverno, solo dopo le quali Michel deciderà in autonomia la composizione della cuvée: prima di lui lo ha fatto per anni il padre André e il figlio, prossimo enologo, proseguirà la tradizione di famiglia.

 

L’anno scorso (2016) c’è stata una terribile gelata e Drappier ha perso circa l’80% del raccolto.

Anche quest’anno le cose non sono andate molto meglio: è andato perso circa il 50%-60% del raccolto, sempre a cause di gelate primaverili. Questo spiega l’importanza della gestione e conservazione dei vini di riserva, nonché dello stoccaggio di un gran numero di bottiglie che stanno maturando sui lieviti.

Ci viene poi mostrato qualcosa di veramente unico in Champagne: una botte di legno da Limoges.

Questo legno è molto poroso e permette all’ossigeno di attraversarlo: per questo motivo Drappier lo utilizza per la liqueur d’expedition che è composta da zucchero di canna, che viene sciolto nel vino fermo di Champagne (700 g/l: la quantità massima di saturazione oltre la quale lo zucchero non si scioglierebbe) per produrre un liquido molto dolce e mieloso. Questo liquido viene invecchiato dai 15 ai 20 anni e la si può considerare una vera propria essenza che utilizzata in piccolissime quantità conferirà ricchezza e morbidezza allo Champagne.

Drappier esporta in 98 paesi circa i due terzi della propria produzione. Lo champagne viene venduto spesso in piccole quantità: Drappier definisce la sua infatti una piccola maison. Anche l’Italia è assolutamente un mercato importante per Drappier: i primi paesi importatori sono Belgio, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti.

 

Degustazione Drappier

Ora ci troviamo nel salotto di famiglia, molto elegante ed in stile neo-coloniale, con grandi finestre che danno sulla campagna circostante la proprietà. Ci sono molti altri ospiti ed il rumore di fondo non ci impedisce di goderci la degustazione degli Champagne Drappier eleganti e di territorio: il brut nature, il Carte d’Or, il rosè e il Quattuor.

Michel, che evidentemente ci ha preso in simpatia, si siede con noi per una chiacchierata informale, per sapere chi siamo e da dove nasce questa nostra passione, proponendoci un’ultima degustazione della sua cuvée de prestige Grande Sendrée, che lui stesso ci racconta essere il nome evocativo di un grande incendio divampato ad Urville nel 1838 ed in particolare di un appezzamento di terreno che fu completamente ricoperto di cenere (cendrée in francese significa incenerito): fu poi per un errore di ortografia che divenne Sendrée.

E’ il finale perfetto: la Grande Sandrée è champagne d’autore, in cui ritroviamo fusi magicamente e armoniosamente histoire, terroir et passion.

Michel Drappier & Somms

A Reims, tra le vigne

La Champagne è una regione verdissima, disseminata di piccoli borghi, stretti intorno ad un campanile.

Tutt’intorno, distese infinite di prati, boschi, campi coltivati e, naturalmente, vigne. In realtà, e come è giusto che sia, le vigne non sono proprio dappertutto. Ci sono zone, tuttavia, come la Montagna di Reims, dove i filari proliferano fieri ai margini delle strade asfaltate, tanto da invogliarti a fermare la tua auto, che frettolosamente corre da un produttore all’altro.

Oggi siamo a Jouy-lès-Reims.

Ti fermi, scendi e ti immergi in questo verde grandioso, rotto solo, a tratti, dalle rose in fiore poste in testa a ciascun filare.

I filari sono incredibilmente bassi, quasi a volerci rammentare quanto conti il terreno di queste vigne, il cui calcare assorbe inesorabile quella luce e quel calore di cui necessitano i grappoli per giungere a maturazione, anche qui, a queste latitudini.

Pochi passi su una delle stradine sterrate che attraversano le vigne. Sguardi, i nostri, ammaliati dalla bellezza e dalla perfezione dei Guyot su un verde letto di erba.

Un furgoncino rosso si ferma, scende una persona. Salutiamo. È un uomo anziano, capelli bianchi ed occhi limpidi e celestissimi.

Nel mio modesto francese, gli chiedo delle vigne, dei vitigni. Prontamente ci racconta dello Chardonnay e del Pinot Noir, così simili e delicati. Ce li indica, ci mostra l’allegagione. Poi, stupiti dalle chiome cinerine di un altro vigneto, ci racconta che si tratta del Meunier, che non è pinot, neppure nel nome, tantomeno nel patrimonio genetico. Anzi, è proprio il Meunier a resistere di più, laddove gli altri due sono sempre difficili da allevare.

Gli chiediamo il nome, Bonnet, ci risponde, e aggiunge che non importa il cognome, che ha ottantotto anni e fa vino dagli anni ’50, quando nelle vigne si andava sempre e solo a cavallo.

Alla fine, gli chiedo perché alla sua età stia ancora in vigna, si illumina e dichiara: “Pour la passion !”

In realtà, la sua piccola Maison, la Bonnet Crinque, produce uno Champagne che fa dell’attenzione all’ecosistema uno dei suoi manifesti principali, tanto dall’aver sostituito, ad esempio, i trattamenti contro gli afidi nocivi con l’inseminazione delle vigne con afidi “buoni” che eliminano i primi.

Un appuntamento imminente non ci permette di seguirlo oltre, in cantina. Rimarremo con il ricordo della sua lezione di viticoltura e di umanità.

Speriamo di riuscire ad assaggiare presto quegli champagne, frutto di una bella tradizione familiare, portata avanti oggi dal figlio Arnold.

Magico Dom Perignon 

Nel mio lungo viaggio alla ricerca dell’emozione, mi imbatto, in una notte di mezza estate, in una lunga teoria di verdi bottiglie. Gli scudetti déco che le ornano raccontano un sogno, trasformatosi in realtà poco meno di cent’anni fa.
A Epernay nacque, nel 1921, la prima cuvée de prestige della storia dello champagne, destinata ad arrivare nelle flûte solo quindici anni più tardi.

Un vino sempre e comunque emblema del lusso, inconfondibile, a partire dalla bottiglia, che riprende, forse, le forme delle settecentesche bottiglie di Hautvillers, le prime adatte a resistere alle pressioni della rifermentazione.

Un nettare delizioso, al di là di qualsiasi possibile preconcetto. Sì, il Dom Perignon è buono: lo è, soprattutto, quando qualche anno invecchia l’etichetta. È allora che si esprime nella sua complessità olfattiva.

Ma la bocca no, la bocca è sapidamente emozionante anche sui millesimi più recenti, regalando al palato persistenze infinite.

Un sogno che disseta senza mai stancare. Un sogno da vivere e rivivere, tanto nell’esperienza di una P2, forse troppo giovane, quanto nel millesimo 1998, ancora così giovanile nella sua raggiunta complessità all’olfatto e al gusto, concludendo il viaggio nello sconvolgente millesimo 1976, dove mai diresti d’essere di fronte ad un vino vecchio di quarant’anni e ancora esuberante.

In Borgogna, alla ricerca dell’emozione

Quando ero ragazzo ed entravo nei supermercati francesi, guardavo stupito gli scaffali e leggevo incantato le sobrie etichette attaccate a quelle bottiglie verdi, tutte miracolosamente uguali. Bourgogne… E mio padre che raccontava come un vero francese, quando va al ristorante, chiede sempre un Bourgogne.

Eppure, curiosità della vita, quando passai per la prima volta dalla Borgogna, ed ero già grande, non ero affatto interessato al vino, quanto piuttosto all’arte.

Poi fu la volta dello Chablis, servitomi al matrimonio di amici francesi, nell’indimenticabile cornice di un castello della valle della Loira. L’abbinamento era, forse, un po’ forzato, dato che lo si accostava al foie gras dell’aperitivo. Fatto sta che mi piacque immensamente (per quanto non ricordo di averlo associato, all’epoca, all’idea della Borgogna).

Poi è seguito lo studio, i master, le degustazioni, i viaggi e, soprattutto, la totalmente trasformata percezione del vino e del suo terroir.

Sia chiaro, ignorante ero e ignorante sono rimasto, soprattutto in un contesto come quello della Borgogna, però sono un ignorante costruttivo, che cerca con costanza e tenacia di sopperire alle tante lacune, che poi, sono tanto culturali quanto emozionali.

Eh sì, perché più di qualsiasi altra area vitata del pianeta, la Borgogna è emozione. Un’emozione immensa che ti fa tornare ragazzo e ti fa battere il cuore, di fronte alla vigna di Richebourg, quasi fosse un primo, adolescenziale bacio: qualcosa che desideri ma non sai cosa aspettarti e sogni donne proibite, proibite come le etichette scarne e inconfondibili della Romanée Conti, belle e irraggiungibili come la più bella della classe.

Il vino di Borgogna è, dopo tutto, pura sensualità. Lo è nella declinazione maschile dei Pommard e degli Chambertin ma lo è soprattutto nella declinazione femminile di tutte le altre denominazioni, dall’eleganza del Musigny, all’esotismo della Romanée, al profumo d’agrumi dello Charlemagne e alla burrosa opulenza del Montrachet.

Che fortuna aver potuto assaggiarli, gustarli e ricordarli come indimenticabili baci di donne che passano nella tua vita per pochi minuti e la stravolgono, ribaltando completamente i tuoi paradigmi.

E come tutte le vere grandi donne, così i grandi cru di Borgogna sono difficili, imperscrutabili, talvolta incomprensibili. Ma proprio come le grandi donne, che non hanno bisogno del trucco, così anche a loro basta la purezza di una sola uva, nelle due declinazioni del Pinot Noir e dello Chardonnay (che poi, dicono gli ampelografi, hanno una genetica molto simile).

Niente trucco, insomma, nessuna personalità baroccamente composta ad arte per piacere, al contrario di altre zone della stessa Francia. I vini, in Borgogna no, se non ti si concedono restano dei miti, come irraggiungibili e algide top model. Poi, improvvisamente, si aprono e ti svelano la loro semplicità, che è disarmante.

Impossibile non innamorarsi.