Il Syrah 2014 di Stefano Amerighi, vignaiolo in Cortona

Stefano Amerighi Syrah 2014 - 2La storia di oggi tratta di un vignaiolo rivoluzionario e del suo vino. 
Stefano Amerighi
acquista i primi terreni all’inizio degli anni 2000 a Poggiobello di Farneta, nel comune di Cortona. Adesso gli ettari vitati sono circa 7 e sono piantati maggiormente a Syrah (i cloni selezionati arrivano dalla Valle del Rodano, territorio di elezione del vitigno francesce), coltivati secondo i crismi della biodinamica. La sua filosofia agriculturale è scandita dalle fasi lunari e planetarie e si avvale dell’aiuto di preparati biodinamici e del sovescio nella stagione invernale per vivificare il terreno. La difesa fitosanitaria è affidata soltanto a rame e zolfo distribuiti in minime quantità.
La Syrah è la protagonista assoluta e subisce ben 17 vinificazioni differenti, rispettando caratteristiche dell’uva e del terroir. I grappoli, raccolti rigorosamente a mano, rimangono integri per poi essere pigiati con i piedi, alla vecchia maniera, in vecchi tinelli di cemento.
La fermentazione si sviluppa naturalmente con lieviti indigeni e senza aggiunta di solforosa o controlli sulla temperatura. L’affinamento avviene in vasche di cemento e in legni scarichi (vecchi di 12 anni e, quindi, con rilascio nullo di aromi terziari) per 14 mesi, dopodiché il vino viene imbottigliato senza filtrazione o stabilizzazione e attende 1 anno prima di essere commercializzato. Dal 2014 sono in corso delle sperimentazioni di affinamento in “uova di ceramica” che stanno dando buoni risultati essendo materiale neutro e inerte che garantisce l’assenza residuale di metalli pesanti nel vino.

 Degustazione:

All’esame visivo il campione si presenta di un rosso rubino che tende al violaceo, la ricchezza antocianica rende il colore impenetrabile.
All’olfatto, avendo nel mio caso aperto la bottiglia per l’assaggio un’ora prima della degustazione, la presenza ossidativa è minima e, muovendo leggermente il bicchiere, viene fuori fin da subito il ribes nero che si porta a braccetto chiodi di garofano, pepe nero e noce moscata.
L’ingresso in bocca è di una eleganza rara e coerente con l’esame olfattivo, le note fungine e di tartufo nero ballano con la sapidità su un sfondo balsamico di liquirizia che regala una discreta persistenza.
Sono curioso di riassaggiare questo vino tra qualche anno perché, sicuramente, avrà altro da raccontare.

Il Syrah 2014 di Stefano Amerighi è ricco di personalità, tanto che se avessi un pennello potrei dipingerlo.
Se fosse un tessuto sarebbe, di certo, il velluto.
Se fosse una canzone sarebbe “Blowing in the wind” di Bob Dylan.

L’abbinamento cibo/vino, che in questa occasione mi ha dato molta soddisfazione, è quello del Syrah con dei crostoni di pane agliato con funghi porcini dell’ultima stagione autunnale.

Stefano Amerighi Syrah 2014 - 3

La degustazione Wonderland – 1a Puntata

Torre Zambra – Passerina Colle Maggio 2015

Torre Zambra - Colle Maggio - Passerina 2015

 Torre Zambra è una casa vinicola storica dell’Abruzzo che dal 1961 produce vini tipici di queste zone da uve Montepulciano e Trebbiano.
Si trova in località Villamagna in provincia di Chieti e le vigne sono su un appezzamento di terra attorno ad un antica torre di avvistamento conosciuta appunto come Torre Zambra.
Il vitigno passerina è tipico del sud delle Marche e Abruzzo: parente stretto del trebbiano giallo, il suo nome deriva probabilmente, come per tanti altri vitigni autoctoni italiani, dal fatto che gli uccelli sono ghiotti dei suoi acini particolarmente dolci.Il vino si mostra di un bel giallo paglierino vivo e luminoso.
Si apre su sentori floreali di ginestra e tarassaco per poi virare su note di frutta fresca come la nespola e la pesca noce ricordi di erbe campestri e fieno per poi chiudere su sentori minerali di pietra focaia.
In bocca è equilibrato e fresco.
Finale lungo e con gradevoli ritorni di erbe aromatiche.
Affinamento 2 mesi in cemento.
Abbinamento con sushi e sashimi.

 

 

Baricci – Rosso di Montalcino 2014

Baricci - Rosso di Montalcino 2014

Nello Baricci è stato il fondatore del consorzio del Vino Brunello di Montalcino e le vigne dell’azienda, ora gestire dai nipoti, si trovano sulla collinetta di Montosoli, un cru molto importante di Brunello, a nord di Montalcino.

Il vino è di colore rubino intenso con riflessi granati.
Il naso presenta profumi eleganti e dominanti di lamponi, amarene e petali di rosa, su uno sfondo di humus e sottobosco.
Completano il bouchet delicate note balsamiche.
In bocca è intenso, persistente, di ottima freschezza: un vino di stoffa che fa immaginare a quale livello di eccellenza possa esprimersi il Brunello.
8 mesi in botte di rovere di Slavonia e qualche mese in bottiglia prima della commercializzazione.
Abbinamento consigliato: scottiglia in umido.

 

 

 

 

 

 

 

 I Cacciagalli – IGT Roccamonfina Phos 2013

I Cacciagalli - Phos 2013

L’azienda I Cacciagalli  si trova nell’alto casertano, e le vigne sono sui terreni di un antico vulcano spento: il Roccamonfina.
Cacciagalli è il nome di una masseria storica della zona: Diana e il marito si dedicano a queste terre vocate, coltivate a vite, nocciolo e olivo secondo i principi dell’agricoltura biodinamica.
Il vino si presenta di un bel rosso rubino vivace ed intenso con lievi accenni granati.
Al naso si apre su sentori di frutta rossa come la marasca, il lampone e le scorze di arancia rossa per poi lasciare il passo dapprima alle spezie come la curcuma e la noce moscata e proseguire su note tostate di tabacco e polvere di caffè.
In bocca è vibrante e goloso.
La splendida freschezza si traduce in grande bevibilità per un vino che nel suo insieme è già pronto, ma che saprà regalare nuove emozioni se disposti ad aspettarlo ancora qualche anno.
Il tannino è ben presente ma sapientemente contenuto.
Il finale è lunghissimo e lascia la bocca fresca e dai toni fruttati.
Aglianico in purezza, riposa in anfore di terracotta per 8 mesi.
Abbinamento consigliato: tagliata di manzo al pepe rosa.

In viaggio con Bepi Quintarelli

Vi proponiamo un viaggio in una serata in direzione della Valpolicella, a pochi passi da Negrar, il centro pulsante della zona classica. Saremo guidati da Emanuele Spagnuolo di Grandi Bottiglie, assieme ai suoi collaboratori. Un viaggio tra e con i vini di Bepi Quintarelli.

Emanuele è un mercante di vino, sembra un mestiere di altri tempi, ma lui è assolutamente moderno in questo ruolo; un ottimo mix di conoscenza e competenza, di spirito imprenditoriale. Soprattutto nei suoi occhi c’è la scintilla di chi ha la possibilità di fare della propria passione il proprio lavoro.

Il viaggio parte dalla cantina appena rifatta, un gioiello architettonico che custodisce un tesoro di immenso valore. Il primo vino nel bicchiere, si parte…

Bianco Secco 2015

Emanuele con questo vino ci porta in un campo di alberi da frutta, il calore del sole inizia a farsi strada tra i rami e i sentori di mela e di albicocca si fondono con note di fiori di campo e una bellissima chiosa minerale. Un blend di garganega e il 30% restante tra chardonnay, sauvignon e trebbiano giallo, con una parte dell’uva surmaturata.

Primofiore 2013

All’improvviso si sente il campanellio di una porta che si chiude e ci troviamo in un fioraio immersi tra rose, viole, peonie profumate con una nota erbacea da Cabernet. Assaggiando il vino, siamo in un negozio di spezie a passeggiare tra paprika e spezie dolci. I sentori retronasali di affumicato e le note di chinotto, saranno i fils rouges che ci guideranno in questo viaggio. Blend affinato in botte grande per un anno, in egual misura da Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e le autoctone Corvina e Corvinone.

Valpolicella Classico Superiore 2009

Con questo vino siamo trasportati in una delle vigne esposte a ovest che circondano la nuova cantina Quintarelli; una calda giornata, al termine della vendemmia. I sentori di frutta matura si fondono con note di terra, radice di liquirizia, il tutto racchiuso dal sentore di chinotto e la nota minerale ormai familiare. I sapori si rincorrono in bocca come uccellini tra i filari e sono di una lunghezza interminabile. Oltre a Corvina e Rondinella, una piccola percentuale di Cabernet Sauvignon e 60 mesi di affinamento in botti medio-grandi di rovere di Slavonia.

Rosso del Bepi 2008

Qui siamo nella cantina antica, girando tra le vecchie botti e bottiglie. Uno splendido colore mattone, sentori di fondo di caffè, cipria, frutti di sottobosco, cassis, frutta macerata e la tipica paprika e il chinotto oltre le note minerali. Non è un vino equilibrato, ma di un’eleganza pazzesca. Esce solo nelle annate nelle quali non viene fatto l’Amarone.

Amarone delle Valpollicella 2007

Sembra di entrare in un bosco autunnale con un’intensità di profumi pazzesca. Un colore vivo, sentori di cacao, tabacco, caffè e anche scorze di arance amare, chinotto e la perenne nota minerale. Un’esperienza tattile quasi masticabile.

Alzero 2007 e 1992

Con questa piccola verticale entriamo in un salotto di una bellissima villa ottocentesca con splendidi quadri alle pareti. Nel millesimo più recente, il taglio bordolese regala note balsamiche che si fondono con il burro di cacao e il caffè; inoltre in bocca ha una spinta inaspettata e di grande intensità. Per arrivare al 1992 di solo Cabernet Franc, impressiona per i sentori evoluti, quasi un cognac con sentori molto complessi. Risalta anche un descrittore fuori dagli schemi: sembra di annusare un tubetto di crystal ball. Quasi abboccato e di grande freschezza. Un vino immenso e davvero annoverabile tra i migliori mai bevuti.

Le etichette

Infine le etichette di questi vini, bellissime, sono il diario di viaggio del nostro percorso e sottolineano quella ricercata artigianalità che Bepi Quintarelli ha da sempre messo nella propria visione del vino.

Il ritorno

Il viaggio sarebbe terminato sennonché le serate da Emanuele regalano sempre delle sorprese. E quindi andiamo in Champagne con un Blanc de Blancs Extra Brut di Fallet-Prevostat in versione magnum per festeggiare il compleanno di Adriano, un suo collaboratore. Champagne da 6 anni sui lieviti di grande espressione con sentori di miele e tostature di invidiabile intensità. Ma non è finita lì, la vera conclusione è un Porto Vintage Barros 1955. Una chicca fuori dal tempo, con uno spettro di sentori infinito; dal salmastro, alla nocciola, albicocca, zafferano, chiodi di garofano, pasticceria e ciliege sottospirito e basta così per non dilungarci troppo. Davvero speciale.

In conclusione il viaggio tra i vini di Quintarelli è stata una piacevole sorpresa e da Grandi Bottiglie le soprese sono all’ordine del giorno e un giro sul loro sito è grandemente consigliato per la proposta di livello che fanno.

Il vino è un fantastico mezzo di locomozione che ti mette in viaggio senza dover preparare le valige, ci permette di vivere delle vere e proprie esperienze con la testa tra le nuvole rimanendo con i piedi per terra.

Moscatello di Taggia: un nuovo antico vino.

Il moscatello di Taggia è un vitigno a bacca bianca originario della riviera ligure di ponente, entrato a far parte della DOC Riviera Ligure di Ponente, con l’istituzione della sottozona Taggia, nel 2011.

Proprio la zona di Taggia, nel basso medioevo, era associata alla produzione di uno storico vino, il moscatello, vino che veniva descritto come “un nettare dolcissimo”. La coltivazione di questo vitigno persiste nella zona compresa tra la Valle Armea, la bassa Valle Argentina e il tratto di costa compreso tra Santo Stefano al mare e Ospedaletti; la distintiva denominazione “di Taggia” parrebbe suggellare una specie di DOC ante litteram.

Taggia nel medioevo era un centro vinicolo di rilevanza internazionale, commercializzando sia vini comuni sia vini di qualità superiore, proprio come il moscatello; questa zona della Liguria si era infatti specializzata nella produzione di vini dolci e liquorosi, che fino al Duecento era prerogativa delle regioni dell’Oriente Mediterraneo. Nel medioevo il vino era considerato come un alimento a consumo locale per la popolazione, ma il moscatello e la vernaccia, avendo un contenuto zuccherino e una gradazione alcolica maggiori, si dimostrarono più adatti ad essere trasportati per lunghi viaggi e quindi più facilmente commercializzabili. Nel 1400 il vino di Taggia veniva imbarcato dai mercantili che da Savona e Genova raggiungevano il Nord Europa, l’Inghilterra e le Fiandre, spinto anche dalla fama imprenditoriale di alcuni mercanti genovesi; il carico di vino trasportato era talmente prezioso che nel 1434 venne proibito alle navi che trasportavano moscatello di caricare altro vino lungo la rotta, se non quello da destinarsi al consumo dell’equipaggio. Durante il XVI secolo, a seguito di un cambiamento della destinazione colturale dei terreni, la produzione di moscatello si ridusse, diventando una nicchia di mercato riservata ad una cerchia ristretta tra cui papi (Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III), dogi e altri nobili. Tra il XVI e il XIX secolo nel sanremese avvenne una importante modificazione del panorama agricolo a favore dell’olivicoltura: in un documento risalente al 1689 i terreni destinati alla coltivazione di olive erano il 50% mentre quelli vitati occupavano solo il 17%. Tra il ‘700 e l’800 una serie di eventi climatici ridussero ulteriormente la coltivazione di moscatello, così come l’amministrazione francese seguita all’occupazione napoleonica permise di mescolare uve molto diverse tra loro per produrre i “nostralini”, vini a basso tenore alcolico e di scarsa commerciabilità. Ma il vero colpo di grazia al moscatello venne inferto intorno al 1880 dalla fillossera.

E’ invece nel 2000 che rinasce il moscatello, grazie all’intervento di Eros Mammoliti e Gianpiero Gerbi, enologo ma all’epoca giovane laureando in viticoltura ed enologia. Insieme decisero di rintracciare le viti di moscatello sparse tra gli agricoltori del sanremese per ritrovare il vero moscatello: isolarono 67 piante. Grazie all’aiuto della professoressa Schneider dell’Università di Torino e a moderne tecniche di biologia molecolare, fu possibile isolare dagli iniziali 67 campioni la pianta che poteva essere considerata puro moscatello. Proprio da quell’unica vite risorse il moscatello che grazie alla tecnica dell’innesto ha reso possibile ad oggi la propagazione di oltre 15.000 barbatelle.

Encomiabile lo sforzo di Eros Mammoliti che, mosso dalla passione di ridare nuova luce ad un vitigno scomparso, decise di intraprendere una strada difficile. Ci racconta che la curiosità per il moscatello nacque durante una cena: “Una nostra amica stava leggendo «L’Ambrosia degli Dei» (di Alessandro Carassale, Atene Edizioni, ndr), per la prima volta sentivamo parlare del moscatello e la sua storia ci affascinò”. Passeggiando tra le sue vigne site in Valle Armea, sulla strada che porta a Ceriana, lungo la ciclistica Milano-Sanremo, si respira l’aria della passione che questo produttore infonde nel suo lavoro, del rispetto che ha per le sue viti e per la storia dei vitigni autoctoni del ponente ligure; ci mostra il suo “Jurassik Park” dove sono coltivati alcuni vitigni autoctoni antichi, a scopo di studio (cruairora, russetta, barabarossa, luglienca, malaga, moscatellun, tabaca, spina, ecc), ed una vite di moscatello con un piede di alberello di più di 40 cm di diametro. Nel 2014 ha fondato l’Associazione dei Produttori, raggruppandone 10, alcuni volti noti come Calvini, Podere Grecale, Da Parodi, altri in fase di crescita; ad oggi si contano 14 produttori e tutti contribuiscono, in diversi modi, al rilancio del moscatello. L’azienda di Mammoliti non produce solo moscatello, riservando sempre un occhio di riguardo a produzioni di nicchia autoctone: un clone più aromatico e più colorato di Vermentino chiamato “du sciancu” ossia dello “strappo” il cui grappolo presenta una appendice da strappare; un Ciliegiolo dal grappolo più compatto; il Rossese.

I suoi prodotti godono della certificazione di vino prodotto a basso impatto ambientale, come recitato dalla retroetichetta, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo in vigna; è inoltre membro della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti dal 2010, di cui sfoggia con orgoglio il logo.

Abbiamo degustato per voi:

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2016, 13% alc. variante secca: fermentazione in acciaio con pressatura sofficie ad 1 atmosfera a temperatura controllata. Nel calice si veste di un giallo paglierino dai riflessi dorati, al naso di apprezza un bouquet di erbe aromatiche, agrumi, limoncella. Al palato spiccano, piacevoli ed accantivanti, frescezza e sapidità. Assolutamente da provare con il brandacujun, un piatto tipico della cucina ligure a base di patate e stoccafisso.

– Lucraetio 100% Moscatello di Taggia, annata 2015, 14,5% alc. variante passito. I grappoli raccolti nei mesi di agosto-settembre, vengono fatti appassire in cassette per circa 2 mesi, girati ed analizzati per scartare quegli acini che rischierebbero di danneggiare il prodotto finale. Una microproduzione di 416 bottiglie. Un residuo zuccherino di 109 gr/l è il preludio di un vino che sa di storia. Signorile, si distingue per un raffinato giallo dorato; appena stappato riempie l’aria di sentori che ci portano in pasticceria, al momento in cui scartiamo un panettone, ricco di mandarini canditi. Al palato dolce ma non stucchevole, morbido, incredibilmente fresco. Proposto ad una serata promossa dall’istituto Aberghiero di Arma di Taggia in accompagnamento ad una bavarese di ricotta di pecora con arance candite, ma Eros ci raccomanda anche formaggi di media stagionatura ed erborinati.

Degni di nota sono anche Epicuro, un vermentino, e Democrito, un blend di rossese e ciliegiolo. Tutti i vini portano nomi altisonanti della letteratura greca e romana, come a ricordare sontuose origini antiche; le etichette sono opera di un pittore locale Diego Fossarello.

Ci piace pensare ad Eros come a Mario Calvino, padre di Italo Calvino, che diede un grande contributo alla viticoltura del ponente ligure, reintroducendo varianti andate quasi perdute. E’ orgoglioso di questo territorio mentre cammina tra i filari di moscatello, fiero del percorso che insieme a pochi ha intrapreso, affinchè la storia del Moscatello di Taggia non venga dimenticata.

Il Mosnel: l’eleganza della bollicina

Ci sono alcune cose che sembra giusto dare per scontate, che sono belle a priori perché ci donano una sensazione che abbiamo imparato a riconoscere.

Ma se vogliamo prenderci il piacere di approfondire, lo sforzo dell’analisi verrà sicuramente ricambiato da una consapevolezza più profonda data da una relazione più intima, tale da passare dall’estetica oggettiva del “è bello perché è bello”, all’estetica soggettiva del “è bello perché ne ho scoperto l’anima e so perché mi piace”.

La Franciacorta con il suo Metodo Classico può rientrare bene in questa categoria: “è buono perché è buono”. La passione e la dedizione dei produttori di quelle zone rendono questi spumanti i più blasonati d’Italia e lo sono a ragione. Se si ha la voglia di approfondire, si scopre che ci sono delle enclavi che rendono questi posti speciali, se è possibile, ancora più speciali.

Il Mosnel è una realtà che dal 1836 è di proprietà della famiglia Barboglio e deve molto all’illuminazione di Emanuela Barboglio Barzanò e al suo grande lavoro di innovazione fatto alla fine degli anni ’60. Ora l’Azienda è guidata dal ramo Barzanò della famiglia e, in particolare, dai figli di Emanuela, i quali continuano a portare avanti quella tradizione di innovazione che caratterizza l’Azienda. Azienda che sorge sopra una pietraia, da cui il nome “Mosnel”: toponimo dialettale di origine celtica che significa, appunto, pietraia, cumulo di sassi.

Lo spumante fa subito festa e, per una festa, abbiamo scelto di proporre i loro vini, di grandissimo riscontro.

Brut: Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero. 24 mesi sui lieviti per il loro vino “d’entrata”, lieviti che riescono già a restituire eleganza e piacevolezza di beva. Bel colore paglierino con una lucentezza dorata intrigante. Al naso fragrante, sentori di agrumi, biancospino, sambuco, frutta gialla. Il perlage fine con bollicine numerose che si vedono nel bicchiere, in bocca restituisce una bella cremositá e la grande freschezza rende piacevole ogni sorso.

Satén 2012: Chardonnay e 30 mesi sui lieviti. Il colore é più intenso verso l’oro e il perlage così fine che sembra impercettibile. I sentori virano verso la brioche: è la fragranza del burro in pasticceria. Frutta gialla con la pesca e agrumi che virano verso il bergamotto, ma anche spezie come anice e fiori come il gelsomino. In bocca è piacevolmente setoso e minerale, di bella morbidezza e, soprattutto, freschezza. Il millesimo si fa sentire sull’equilibrio del vino e, vista l’annata difficile, si percepisce la cura con cui questo vino è stato seguito nelle sue fasi.

EBB 2012: Chardonnay e 36 mesi sui lieviti. La particolarità di questo vino é l’affinamento di metà del vin clair in barrique. Il passaggio in botte piccola e i mesi di affinamento esaltano il colore e la complessità di questo vino: fragranza di pasticceria e note tostate, agrumi freschi come pompelmo, kumquat e spezie più accentuate di pepe, anice e cardamomo. Le bollicine, fini e tumultuose, restituiscono una grande esplosione di gusto in bocca e le sensazioni retro nasali di mineralitá e il basso contenuto di zucchero ne esaltano la struttura e la freschezza. Un gran vino dedicato a Emanuela Barboglio Barzanò.

La degustazione della serata è finita, ma l’Azienda propone anche un Pas Dosé di bella espressione, un Rosé di Pinot nero di complessità interessante e il loro primo vino biologico, il Brut Nature, che stupisce e fa ben sperare nel successo della conversione in biologico dell’Azienda; tutti assaggiati in altri occasioni.

Tra i millesimati consigliamo il Pas Rosé 2011. Un vino di grande eleganza e potenza, complesso e di una freschezza impareggiabile, frutto di un’annata tra le migliori in Franciacorta.

Manca solo la loro riserva, non ancora assaggiata e per la qual mancanza bisogna provvedere al più presto.

Queste esperienze, unite alla voglia di scoprire, cosa che deve necessariamente caratterizzare chi ha l’ambizione di raccontare il vino, lasciano l’animo più pieno e aumentano il bagaglio esperienzale che ci portiamo dietro. Aumentano la conoscenza e fanno crescere la consapevolezza del grande tesoro che abbiamo intorno a noi.

Dopo questa esperienza so che l’Azienda Mosnel mi piace perché i vini che fanno hanno un equilibrio strepitoso che ti spinge a continuare a berli. Hanno un’eleganza di quelle naturali e genuine, che non urlano, ma sussurrano parole chiare e decise. Lo si percepisce già dall’etichetta sobria e fascinosa al tempo stesso. So che l’attenzione ai dettagli è una qualità che solo chi ama i propri prodotti assicura al cliente finale, chiunque egli sia, attenzione che viene fuori già nei loro vini “di entrata” e che è la stessa che si percepisce in quelli di fascia più alta. So che il Metodo Classico italiano ha delle eccellenze che non devono competere contro i grandi Champagne, ma che devono essere visti come un’espressione territoriale e che tra queste Mosnel è un’Azienda di prestigio perché sono i loro vini a donare questo prestigio. Provare per credere!

Amicizie in bottiglia

Sono due anni che ci troviamo costantemente dietro a questo tavolo, nella stessa casa, in pieno centro di Torino, a ridosso di Piazza Statuto. Le solite quattro facce, più qualche comparsa che si aggiunge di tanto in tanto. Sul tavolo, cibi in abbinamento di vario genere, bicchieri e bottiglie rigorosamente avvolte da carta stagnola.

Nessuno sa quali siano i vini degli altri, eccetto il proprio.

Di solito si inizia sempre con una bolla o un bianco, per poi proseguire con vini via via più strutturati.

“Chi inizia?” chiede il padrone di casa.

“Faccio io?” risponde quello alla sua sinistra.

“E’ un vino cristallino, anzi, direi brillante per via di questa bella lucentezza… “

C’è silenzio nella stanza, tutti ascoltano attentamente l’analisi di quel vino ed è concesso intervenire solo quando si arriva alla fase del riconoscimento degli odori.

“Banana, pera, frutti tropicali… un leggero sentore di burro fuso e vaniglia, siete d’accordo?” domanda chi sta conducendo la degustazione.

Terminata l’analisi viene assegnato un punteggio al vino, ma non prima di aver motivato la scelta di quella valutazione.

“Lo premio sul colore, sulla complessità e sulla persistenza… 86”

“Che cosa può essere?” domanda il padrone di casa, proprietario di quella bottiglia coperta.

“Forse uno Chardonnay?” dico io.

“Ok, si, ma da dove può provenire?”

“Data la morbidezza, mi fa pensare ad un frutto maturo che ha preso molta luce, può essere siciliano?” insisto.

“No, vi arrendete?” chiede.

“E’ uno Chardonnay della Galilea prodotta da Golan Heights Winery”

I vini più improbabili li ho bevuti in questa casa. Tutti alla ricerca di quel raro vitigno di quella parte del mondo che va raccolto solo negli autunni di luna piena. Si fa a gara a portare la bottiglia più rara, la meno commerciale, la più sconosciuta.

Maledetti! Quante cantonate ho preso, ma, nonostante tutto, quanta voglia di conoscere e misurasi.

Quello che inizialmente era uno studio di preparazione all’esame da Sommelier è diventato, con il tempo, un laccio che ha intrecciato le nostre vite. Cosa non si dice degustando del buon vino. Questo liquido odoroso, come lo chiama Sandro Sangiorgi, è un grimaldello che apre i nostri cuori e li mette in comunicazione con gli altri, è questo quello che si intende per convivialità, ci libera delle nostre maschere almeno per un momento e, per un momento, si ritorna bambini, si vive di ricordi, ci si racconta le storie più intime, le debolezze e quei peccatucci che ognuno di noi sapientemente tiene segregati in quella parte di sé che poi, giorno dopo giorno, dimentica.

Un passito dal Veneto

Assaggio, stasera, il Recioto di Soave Ca’ Foscarin 2008 di Gini. Ambrato e consistente. Ti aspetteresti la botrytis nel naso e, invece, solo albicocche e fichi secchi e, aspettando, una certa nota eterea. In bocca, torna la frutta. Un po’ deludente, visto anche il millesimo. L’evoluzione non regala terziari.

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