Vitalba Tremonti, dal camino al mare

Ci sono cose che sono difficili da spiegare. Specie quando, a livello emotivo, si generano dei conflitti. Eh no, non è l’incipit di un romanzo d’amore questo, ma di un assaggio.

Quando abbiamo davanti un bel bicchiere con del buon vino dentro, aspetto, odori e sapori, spesso, aprono scenari d’ogni genere. È Il colore, per primo, a raccontare qualcosa. Un giallo dorato, come quello del Vitalba Tremonti, ovvero una magnifica albana vinificata in anfora georgiana, per esempio, ci sta dicendo che ciò che abbiamo davanti potrebbe essere qualcosa di dolce, come un passito, qualcosa di avvolgente, caldo, intenso.

La confettura, l’immagine di ambienti caldi potrebbero essere già un indizio di quello che il palato si sta preparando a degustare. E gli odori poi. Anche al naso, arriva forte il sentore di frutta matura, camomilla, addirittura burro e vaniglia, tutti elementi che incantano, restituiscono un senso di appagamento, di ritorno alla terra. Un’esperienza che riporta direttamente a contesti familiari, spesso mai vissuti, come se in un tempo e in luogo lontano, ci si sia trovati a dialogare con quel bicchiere, davanti a un camino, in una sera qualunque di un inverno qualunque. Un vino, quindi, con il quale si potrebbe instaurare la routine di un incontro piacevole e voluto.

E invece, qualcosa ancora, ci dice che non è così che questa storia andrà a finire. Ed ecco l’inaspettato. Mentre si porta il bicchiere alla bocca e, al naso, continua ad arrivare tutta la dolcezza di questo mondo, il palato, scorge già al primo sorso, che no, non c’è nulla di dolce, non c’è nulla che possa essere annoverato fra i più classici sapori di un vino da abbraccio caldo, da camino, da soliloquio.

Una ondata di freschezza, spiazza qualsiasi proiezione. Si dispiega lentamente un’improvvisa nota tannica che mette in discussione qualsiasi aspettativa.

Questo contrasto destabilizza, è vero, ma ci aiuta a capire che l’assaggio non è un atto meramente pratico, è un mondo al quale affidarci e dove possiamo davvero creare ulteriori mondi su cui approdare.

Ed è qui che ritorniamo al nostro incipit, a quel contrasto emotivo che ci fa passare dal camino, dalla routine, a qualcosa che è altro. È una cena estiva, sul mare, con gli amici, o anche da soli, purché di fronte ci sia una Albana e un orizzonte che sa di sale.

 

La degustazione Wonderland – 1a Puntata

Torre Zambra – Passerina Colle Maggio 2015

Torre Zambra - Colle Maggio - Passerina 2015

 Torre Zambra è una casa vinicola storica dell’Abruzzo che dal 1961 produce vini tipici di queste zone da uve Montepulciano e Trebbiano.
Si trova in località Villamagna in provincia di Chieti e le vigne sono su un appezzamento di terra attorno ad un antica torre di avvistamento conosciuta appunto come Torre Zambra.
Il vitigno passerina è tipico del sud delle Marche e Abruzzo: parente stretto del trebbiano giallo, il suo nome deriva probabilmente, come per tanti altri vitigni autoctoni italiani, dal fatto che gli uccelli sono ghiotti dei suoi acini particolarmente dolci.Il vino si mostra di un bel giallo paglierino vivo e luminoso.
Si apre su sentori floreali di ginestra e tarassaco per poi virare su note di frutta fresca come la nespola e la pesca noce ricordi di erbe campestri e fieno per poi chiudere su sentori minerali di pietra focaia.
In bocca è equilibrato e fresco.
Finale lungo e con gradevoli ritorni di erbe aromatiche.
Affinamento 2 mesi in cemento.
Abbinamento con sushi e sashimi.

 

 

Baricci – Rosso di Montalcino 2014

Baricci - Rosso di Montalcino 2014

Nello Baricci è stato il fondatore del consorzio del Vino Brunello di Montalcino e le vigne dell’azienda, ora gestire dai nipoti, si trovano sulla collinetta di Montosoli, un cru molto importante di Brunello, a nord di Montalcino.

Il vino è di colore rubino intenso con riflessi granati.
Il naso presenta profumi eleganti e dominanti di lamponi, amarene e petali di rosa, su uno sfondo di humus e sottobosco.
Completano il bouchet delicate note balsamiche.
In bocca è intenso, persistente, di ottima freschezza: un vino di stoffa che fa immaginare a quale livello di eccellenza possa esprimersi il Brunello.
8 mesi in botte di rovere di Slavonia e qualche mese in bottiglia prima della commercializzazione.
Abbinamento consigliato: scottiglia in umido.

 

 

 

 

 

 

 

 I Cacciagalli – IGT Roccamonfina Phos 2013

I Cacciagalli - Phos 2013

L’azienda I Cacciagalli  si trova nell’alto casertano, e le vigne sono sui terreni di un antico vulcano spento: il Roccamonfina.
Cacciagalli è il nome di una masseria storica della zona: Diana e il marito si dedicano a queste terre vocate, coltivate a vite, nocciolo e olivo secondo i principi dell’agricoltura biodinamica.
Il vino si presenta di un bel rosso rubino vivace ed intenso con lievi accenni granati.
Al naso si apre su sentori di frutta rossa come la marasca, il lampone e le scorze di arancia rossa per poi lasciare il passo dapprima alle spezie come la curcuma e la noce moscata e proseguire su note tostate di tabacco e polvere di caffè.
In bocca è vibrante e goloso.
La splendida freschezza si traduce in grande bevibilità per un vino che nel suo insieme è già pronto, ma che saprà regalare nuove emozioni se disposti ad aspettarlo ancora qualche anno.
Il tannino è ben presente ma sapientemente contenuto.
Il finale è lunghissimo e lascia la bocca fresca e dai toni fruttati.
Aglianico in purezza, riposa in anfore di terracotta per 8 mesi.
Abbinamento consigliato: tagliata di manzo al pepe rosa.

Obvius Rosato 2015 – Salcheto

Salcheto si trova nella vocata zona di Montepulciano nel sud est della provincia di Siena. Uno di quei distretti toscani eletti ad ambasciatori del Sangiovese. L’azienda è, dal 1997, sotto la guida di Michele Manelli che ha fatto della sostenibilità ambientale la propria cifra stilistica. Parliamo, infatti, di vinificazioni integralmente senza solfiti e lieviti indigeni, una cantina “off grid” modello di efficienza ambientale e risparmio energetico. L’azienda vanta primati mondiali per l’indicizzazione del “Water and Carbon footprint”; parliamo effettivamente di avanguardia assoluta nella sostenibilità vinicola.

L’Obvius Rosato 2015 è ottenuto da una viticoltura biodinamica e biologica, l’uvaggio è Sangiovese 90%, Canaiolo, Mammolo, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot . La fermentazione e la maturazione del vino avviene in acciaio per 3 mesi poi viene imbottigliato senza aggiunta di solfiti e chiarifica, lasciato ad affinare per altri 3 mesi in bottiglia (395 g di peso, la bottiglia più leggera sul mercato) prima di essere commercializzato.

Un vino non filtrato che colpisce fin da subito per il bel colore cerasuolo, molto luminoso e non comune.
Il bouquet olfattivo è caratterizzato da fragoline di bosco, mora e un sentore minerale che tende alla pietra focaia.
Il vino in bocca entra in punta di piedi e con una certa eleganza, dapprima una setosa sensazione morbida e di frutta fresca e croccante avvolge le pareti della bocca e il palato, finché si manifesta la buona spalla acida tipica del vitigno.
Il finale è sapido, quasi salino, ma molto intrigante e dissetante.
Obvius rosato è un vino schietto, che racconta il proprio essere grazie a una vinificazione in cui l’uomo accompagna con mano gentile e mai va ad alterare l’esperienza “tutto frutto” garantita dalla linea Obvius.
Un vino che ho accompagnato facilmente con dei crostoni burro, salmone ed erba cipollina, un abbinamento cromatico e gustativo che raggiunge l’armonia.

Beaujolais: alla scoperta di una grande cooperativa

Nel viaggio tra le diverse realtà del Beaujolais, trovo infine una grande cooperativa sociale, Vignerons de Bel air, oggi parte del gruppo di cooperative Vinessence.

philippe marx

Ho scelto di visitare una cooperativa per comprendere, capire se c’è una “terza via” che vada al di là del biologico con i suoi spettri, da una parte, e dalle luci ed ombre del business dei grandi domaine, dall’altra.

La cooperativa

Vinessence, a Saint-Jean-d’Ardières, poco fuori Belleville e non lontana dall’autostrada, è una realtà molto importante, come mi racconta, in italiano, il direttore Philippe Marx. Essa è in grado di far fronte alla richiesta di oltre 300000 bottiglie, destinate in gran parte al mercato interno sotto diverse forme. Le linee di produzione servono la grande distribuzione, le enoteche, i ristoranti e, come è prassi delle cooperative, anche gli stessi soci vignerons.

cemento ferro di cavallo

Le vigne, di proprietà dei singoli vignerons, sono controllate da un agronomo della cooperativa, che fornisce le linee guida e verifica la necessità dei trattamenti, provvedendo a tracciarli debitamente. La cooperativa è firmataria, fra l’altro del protocollo TerraVitis, atto a ridurre e controllare i trattamenti in vigna.

Il sistema delle cooperative sociali è, come avviene anche in realtà virtuose nostrane, un modo per incentivare la qualità in vigna dei singoli soci, la cui remunerazione dipende dalla qualità dell’uva conferita.

barriqueLa cantina

Tutta la lavorazione è effettuata presso la sede, dove arrivano i grappoli e sono lavorati mediante la classica macerazione semicarbonica del gamay. La fermentazione avviene in inox e stoccaggio e malolattica in vasche di cemento. Per alcuni Morgon e Moulin à Vent, ulteriore permanenza in pieces borgognogne.

L’imbottigliamento prevede sia la contestuale etichettatura in funzione del canale di vendita, sia la pratica della conservazione della bottiglia “nuda”. Essa è venduta successivamente senza etichetta ad etichettatori esterni, privati (un’azienda, un esportatore, un ristorante) o soci che intendono svolgere in proprio l’attività commerciale.

nouveau rosé blanc

Larga parte della produzione, circa il 70%, è ancora legata alla vendita del vino sfuso. I cru rappresentano ancora una percentuale relativamente bassa delle bottiglie in commercio e l’obbiettivo è crescere in quest’ambito.

cruLa degustazione

Passiamo nella boutique dove degustiamo il Beaujolais Village Nouveau, il Beaujolais Blanc da Chardonnay, il Beaujolais rosé da gamay, quindi tutti i cru: Chirobles, Brouilly, Cote de Brouilly, Régnié, Chenas, Julienas, Saint-Amour, Morgon, Morgon Py e Moulin à Vent, ciascuno davvero ben fatto.

top cru

Noto soprattutto l’ottimo Beaujolais Village Nouveau TerraVitis e il Morgon Py che, a dirla tutta, è il cru Beaujolais che preferisco.

botte interrata

Philippe mi racconta infine dell’interessante esperimento del vino sotterrato: una botte di Brouilly messa sotto terra sull’omonima collina e tenuta quasi due anni al buio e in assenza di ossigeno esterno, così come facevano i vignerons d’un tempo, quando erano costretti ad andare a lavorare lontano da casa nei periodi più neri. Si tratta di un progetto il cui ricavato va, fra l’altro, in beneficenza.

Termino la mia visita molto soddisfatto e sinceramente ottimista per quanto riguarda la qualità delle realtà cooperative.

Forse è la “via di mezzo”, quel volano che, se utilizzato in modo virtuoso, potrà garantire ad un territorio come quello del Beaujolais di sopravvivere e crescere.

San Giovenale: Vino e Modern Art a Blera

Durante una piovosa giornata di Dicembre, contornati dalla morbida campagna laziale, percorriamo una strada ricca di curve, arrivati ad un incrocio il navigatore ci chiede di svoltare a destra su un sentiero sterrato, e di proseguire tra gli alberi spogli, al culmine di una valle in cui scorre il piccolo fiume Mignone, all’interno di una zona profumata di terra, di storia e mitigata dal vento del mare, la Tuscia Viterbese.

Non sappiamo bene cosa cercare, un cartello indicativo, un’insegna, qualsiasi cosa che ci aiuti a trovare la nostra destinazione, ma non troviamo niente di tutto questo, soltanto un cancello aperto, perché l’azienda San Giovenale non si raggiunge per caso, ma soltanto se c’è l’intenzione e la voglia di trovarla davvero.

La curiosità di vedere cosa c’è dietro quel vino, l’Habemus, fino al 2016 figlio unico della produzione di questa azienda, ormai riconosciuto e premiato da tutte le guide e le riviste di settore, è molta e ci accompagna in questo viaggio Emanuele Pangrazi, uomo dalle mille sfaccettature, imprenditore, agricoltore, produttore, amante del design e dello studio dei dettagli.

Quando si guarda la cantina si ha l’idea di vedere un museo di modern art, sensazione che viene confermata quando vi si entra all’interno, tutto è ordinato e studiato, dalla posizione dei fermentatori in acciaio, sistemate ai lati delle pareti, alle gigantesche porte scorrevoli in vetro, all’illuminazione degli ambienti, si percorre un corridoio centrale e alla fine da una parete vetrata ci si affaccia sulle colline che all’orizzonte si fondono con il mare, passando attraverso una piccola vigna composta dai vari esemplari di vitigno coltivati nell’azienda, tutti rigorosamente internazionali.

San Giovenale - Cantina - Fermentatori in acciaio
San Giovenale – Cantina – Fermentatori in acciaio

Alla domanda come nasce però poi l’azienda, lui ci risponde così: “Io sono stato un ragazzo fortunato nel mio lavoro e ho avuto qualche successo e quindi arrivato alla soglia dei 40 anni mi sono iniziato a chiedere se sono stato fortunato o sono stato veramente bravo. E allora mi sono voluto cimentare in una cosa lontanissima dal mio background e in un comparto economico dove ci sono più di 400.000 operatori, il comparto più affollato che c’è in Italia e da lì è nata questa idea, era l’11 agosto del 2006 ho chiamato il commercialista che stava in Sicilia e l’ho fatto tornare per costituire questa azienda agricola. Il 5 settembre ho costituito la società, il 20 settembre ho comprato tutti i terreni e il 29 settembre ho presentato il piano di impianto dei primi 3 ettari di vigneto e calcolate che fino a quel momento non avevo mai visto una pianta di vite. Tutti mi proponevano un progetto industriale con agricoltura intensiva, ma non era quello che io volevo, io l’industria ce l’avevo già, volevo fare qualcos’altro”.

San Giovenale è un’azienda di 10 ettari, dalla produzione annuale di circa 9000 bottiglie, sita nella zona di protezione speciale Bracciano Cerito e Manziate a 400 m slm, posto unico che permette una viticoltura preindustriale, completamente priva di chimica, grazie anche al clima asciutto che evita l’ammalarsi della vite.

Le viti risiedono su terreni particolarmente argillosi e pietrosi, sono allevate ad alberello e sostenute da un tutore in castagno, il tronco è di soli 40 cm, con grappoli piccoli e spargoli dalla bassissima resa.

L’avventura di Emanuele inizia quando conosce il suo enologo, l’allora trentanovenne Marco Casolanetti, a cui da carta bianca sullo sviluppo agricolo dell’azienda, presentandogli il progetto più ambizioso e tecnologicamente più avanzato della provincia di Viterbo.

L’obbiettivo del progetto è quello di creare un vino che riproduca la sensazione di mangiare un chicco d’uva in mezzo al vigneto,  ed è stato sicuramente centrato con Habemus etichetta bianca, che fino al 2015 era composto da un blend di Grenache e Syrah per l’80%, con l’aggiunta di un 20% di Carignan a cui oggi è stata sommata una piccola percentuale di Tempranillo.

E’ finalmente giunto il momento di assaggiare qualcosa, ci spostiamo quindi al piano inferiore attraverso un enorme e moderno ascensore capace di trasportare fino a quattro barrique alla volta.

Arrivati all’ampissima bottaia, ricca di atmosfera,  si viene travolti da un intenso profumo di frutta scura in confettura, mescolata all’odore del legno nuovo, perché Emanuele utilizza soltanto botti di primo passaggio acquistate da quattro tonnelier francesi che oltre a costruirle, raccolgono la legna nelle due foreste di querce più importanti di Francia: Fontainebleau e Troncais.

San Giovenale - Barricaia 1
San Giovenale – Barricaia

 

 

Dopo averci offerto un bicchiere, con una pipetta, aspira del vino direttamente dalla botte, lo versa nel calice e ci dice: “Questo è il Syrah, la bocca dell’Habemus”. E’ un vino carnoso e di grande gusto con evidenti sentori di frutta nera e mallo di mandorla, erbe aromatiche mediterranee e note balsamiche sul finire.

Passiamo subito all’assaggio della seconda botte, “il naso dell’Habemus”, il Grenache, anche lui un vino potente, l’incipit olfattivo è di grande dolcezza, affiorano ricordi di zucchero filato e caramella inglese, vengono alla memoria i profumi femminili degli anni ‘80, è un vino che si potrebbe quasi spruzzare. L’ampio ventaglio olfattivo prosegue con sentori di ginepro, petali di rosa e salmastro. Il Grenache è una varietà che sta dando tante soddisfazioni all’azienda San Giovenale e magari tra qualche anno, ci confessa Emanuele, ne potrebbe nascere un vino in purezza.

Per completare questo destrutturato quadro di Habemus, assaggiamo gli ultimi due vini protagonisti: il Tempranillo e il Carignan.

Non appena degustati, ci appare subito chiaro il motivo che ha spinto l’azienda ad aggiungere il Tempranillo a quello che poteva già essere il blend definitivo, la sua spiccata sapidità, mentre il Carignan è caratterizzato da una forte dinamicità data dall’incredibile freschezza, ed è la fusione delle caratteristiche organolettiche di queste due varietà che crea un binomio esplosivo per la cuvée di Blera.

All’interno del cancello di San Giovenale si respira voglia di sfide e scommesse impossibili, vita vissuta al massimo, ricerca della perfezione, ma anche amore,  gratitudine e senso di appartenenza nei confronti del territorio, della famiglia e dell’Italia, si esce da quel cancello e dall’incontro con Emanuele in qualche modo arricchiti, di spunti di riflessione, di bellezza estetica e di appagamento dei sensi.

Non vi diamo nessun consiglio su come trovare questa azienda e l’Habemus, ma vi suggeriamo di cercarla da soli perdendovi in uno dei territori più affascinanti ed incontaminati del Lazio.

 

San Giovenale - Barricaia 2
San Giovenale – Barricaia

Beaujolais: dove la grande sfida è il vino naturale

In Beaujolais la vigna è una sfida. Il gobelet è perfido, ti obbliga a stare chino, schiena spezzata a strappare le erbacce e a potare a mano le “corna” dell’alberello.

gobeletCerto è che la soluzione è diserbare, espiantare e mettere il cordone. Tuttavia c’è chi si oppone a tutto questo e persevera nella tradizione e cerca alternative di sostenibilità.

barrique zordan bertrandsGirando per i cru del Beaujolais mi imbatto in due vigneron che condividono la cantina. Si tratta di Les Bertrand e Château Grand Pré.

Les Bertrand e Château Grand Pré

Les Bertrand sono una famiglia che ha voluto intraprendere la strada della biodinamica. La vigna è curata come una figlia senza alcun trattamento, eccezion fatta per tisane da estratti vegetali di ortica e bardana.

Château Grand Préclaude zordan, della famiglia Zordan, dal cognome di chiara origine veneta, condivide la cantina con i Bertrand ed ha una sala di degustrazione confinante. Mi accoglie Claude, con l’empatia di un vecchio amico di bevute.

È lui a raccontarmi delle vendemmie perse degli ultimi due anni e della necessità di acquistare l’uva da terzi, pur nel rispetto dell’agricoltura biologica. Stessa sorte è toccata ai vicini Bertrand. La grandine ha devastato le vigne di Fleurie.

Le vigne si estendono tutt’intorno alla casa e sono belle, soprattutto alla luce dei parchi raggi del sole che bucano la grigia coltre delle nubi di questo inverno d’inizio anno.

La cantina è essenziale, con le sue vasche di cemento per la fermentazione semicarbonica e una piccola barricaia. Fuori, in un container a temperatura controllata, lo “sputnik”, Claude mi racconta dell’esperimento in corso per vinificare lo chardonnay in stile borgognone e, come in Borgogna, mi invita a bere dalla botte sia il vino che il mosto ancora in fermentazione.

I vini di les Bertrands sono austeri, spessi, di grande corpo e olfattivamente bisognosi di tempo per aprirsi. Più immediati i vini di Zordan, tra cui spiccano un interessante Fleurie Cuveé Spaciale, fine più corposo del consueto, e un ottimo Morgon, di grande corpo e con un naso importante di frutti in confettura, bocca fresca e tannini ruspanti.

Domaine des Ronze

ABGiungo a Régnié-Durette e incontro Frederic Sornin, vignaiolo indipendente al Domaine des Ronze. Mi racconta delle sue vigne, del lavoro manuale e di come sia duro mantenere l’equilibrio naturale.

beaujolais domaine des ronzeAnche Frederic lavora in biologico in vigna e in cantina. Il suo sogno è crescere in modo organico per promettere un futuro al figlio quattordicenne Victor che già lo affianca.

Gli chiedo se affitta camere o fa altre attività ricettive. No, mi risponde, non ce n’è il tempo. La vigna lo prende tutto. Magari, in futuro, chissà.

Assaggio il bianco che sta vinificando sui terreni di quello che si spera potrà essere il primo cru del Beaujolais dedicato allo chardonnay, il Lantignié e, soprattutto il Régnié, effetto “bottiglia col buco”, foss’anche per il fatto che l’abbiamo bevuta, anche qui, in un clima empatico raro.

 

 

In Sardegna, alla scoperta del Moscato di Sorso Sennori

I romani usavano definire i territori conquistati Romània e quelli in cui non riuscivano ad entrare Barbària, di qui i nomi di due regioni sarde diversissime tra loro la Romangia a nord dell’isola e la Barbagia, regione montuosa al centro. Ed è proprio dalla Romangia che parte il nostro viaggio tra le produzioni vinicole della Sardegna. E non mancheremo più in là di parlare della Barbagia…

La Romangia si affaccia sul bellissimo parco naturale dell’Asinara e le sue vigne circondate da ulivi si trovano a stretto contatto con il mare. E’ proprio grazie al microclima mitigato dalle brezze di mare che si devono le peculiari caratteristiche di questi terreni sabbiosi ed argillosi dove le uve raggiungono ottimi livelli di maturazione: una produzione straordinaria di uve sotto il profilo qualitativo.

E’ qui che si produce il Moscato di Sorso Sennori DOC.

Dopo pochi chilometri in aperta campagna nel paesaggio profumato dalla macchia mediterranea arriviamo a Sorso. La Cantina Sociale di Sorso-Sennori è al centro del paese. Ha una storia lunga sessant’anni ma di recente una accurata ristrutturazione le ha ridato nuova vita, grazie all’amore sapiente della Signora Mariana la nuova proprietaria.

L’intenzione di armonizzare il vecchio e il nuovo, la tradizione e il moderno, la produzione artigianale con l’arte è evidente in tanti aspetti della Cantina. Dai muri, decorati con le riproduzioni gigantografiche delle opere del pittore contemporaneo Angelo Maggi alle etichette dei vini elegantemente decorate con le stesse illustrazioni pittoriche.

Ma non possiamo e non vogliamo solo farci ispirare. Vogliamo imparare. Apprendiamo che la denominazione DOC risale al 1972 e che i vini della denominazione Moscato di Sorso Sennori DOC si basano principalmente sui vitigni Moscato bianco. Le uve destinate alla vinificazione devono assicurare al vino una gradazione alcolica complessiva minima naturale di  14,5°C. Secondo il disciplinare di produzione, il vino “Moscato di Sorso-Sennori” non può essere immesso al consumo prima del 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Al momento dell’assaggio ci vengono proposti i due moscati prodotti dalla cantina, il vecchio e il nuovo.

Il primo è ANTAS storico prodotto ormai in commercio da più di una decina di anni, un vino intenso e ben strutturato. Va servito a 7-8°C e si abbina perfettamente alla seadas, il tipico dolce sardo a base di formaggio.

Il secondo è MARIANA (in onore della proprietaria della Cantina) prodotto in serie limitata. E’ un  Moscato barricato dal colore ambrato-dorato brillante. All’olfatto sprigiona sentori di pesca, frutta secca, vaniglia, caramello e cuoio. Al palato risulta dolce, morbido, equilibrato, aromatico. L’ideale è abbinarlo alla pasticceria classica locale di pasta di mandorla o a creme e formaggi dal gusto piccante e marcato. Va servito idealmente a 12-14°C.

E durante la degustazione di rito nell’angolo appositamente adibito in fondo alla Cantina, cade lo sguardo sul retro delle bottiglie. Su quella del MARIANA si legge “Ascoltando in silenzio gli insegnamenti per non perderti negli oscuri sentieri della ricerca”. Sul retro dei vini prodotti da questa Cantina non troviamo, come siamo soliti, le caratteristiche organolettiche del vino né i tipici suggerimenti per l’abbinamento ai cibi. Il retro di ogni bottiglia riporta piccoli pensieri di riflessione, quasi a voler accompagnare la degustazione del vino con parole sapienti. Ed ecco che l’esperienza diventa multidimensionale in un blend unico e articolato tra vino, arte e cultura.