Beaujolais: tra il cuore e le stelle

Il Beaujolais è un terroir in bilico tra chi fa quantità e chi fa qualità, tra chi fa numeri e chi fa filosofia. Poi, però, ci sono anche degli astri che illuminano la strada.

Uno che va sicuramente ricordato è Marcel Lapierre, i cui vini Triple A ho conosciuto ed apprezzato già in Italia. Purtroppo non ho avuto la possibilità di visitare il suo Château a Morgon.

Ho invece avuto la fortuna di incontrare Anita Kuhnel, a Chenas, Domaine Anita, e Gregory Barbet a Saint-Amour, Domaine de la Pirolette. Questi due giovani produttori sono, in effetti, dei veri imprenditori del vino e fanno dell’alta qualità del prodotto la loro bandiera.

Domaine Anita

Le vigne scendono da Chenas, a ovest, in alto, la cappella della Madonna di Fleurie, a est, in basso, il mulino che dà il nome al cru Moulin-à-Vent.

In località Les Caves raggiungo la casa rurale di Anita Kuhnel, immersa nelle vigne di Gamay, rigorosamente allevate ad alberello e potate manualmente a gobelet.

Anita, nota in Francia per essere campionessa di ciclismo, prima ancora che vigneronne, mi accoglie con amicizia e mi guida tra le vigne fino a farmi scorgere il mulino, a valle.

Poi entriamo in casa e passiamo a degustare, in un clima di straordinaria semplicità, l’ottimo Chenas seguito dai due straordinari Moulin-à-Vent, il Reine de Nuit, con raccolta notturna per accrescerne la freschezza, e il Coeur de Vigneronne, con passaggio in legno, per completarne il già importante spettro olfattivo.

Si tratta di vini palesemente longevi, al contrario della maggior parte dei Beaujolais. Varrà la pena aspettare che evolvano in bottiglia, per apprezzarli al meglio.

Domaine de la Pirolette

Dopo una breve sosta rituale al Moulin-à-Vent, proseguo per Saint-Amour, già in territorio borgognone. Il villaggio è estremamente pittoresco, stretto attorno alla chiesa romanica di granito rosso, così come gran parte delle case.

Il Domaine de la Pirolette è situato in una bella villa di campagna, con vista superba verso gli altri cru del Beaujolais.

Gregory Barbet ci tiene a raccontarmi nel dettaglio dell’estrema varietà del terroir di questo villaggio, in epoche arcaiche “spiaggia granitica” del grande oceano che copriva la Borgogna.

La cantina è tradizione e innovazione, con storici graticci per la semicarbonica e botti ovoidali in cemento per l’affinamento.

Saint-Amour è oggi molto spesso ricollegato alla prassi di regalare, in tutta la Francia, una bottiglia dell’annata per San Valentino, eppure siamo di fronte ad una potenziale eccellenza. A La Pirolette si lavora per far emergere tutto questo, per evitare che Saint-Amour cada nel dimenticatoio, soptattutto su cuvée che meritano di affinare in bottiglia ben più a lungo.

Il vino è piacevolmente speziato e presenta una complessità non scontata. Probabilmente è, al pari di quello di Anita Kuhnel, un vino con buon potenziale di invecchiamento.

Ecco, questo della conservazione e dell’evoluzione in bottiglia è uno dei nodi cruciali del Beaujolais. Da una parte, si tende sempre a ricondurre tutto all’esperienza (infausta?) dei Beaujolais Nouveu, dall’altra, chi fa Morgon, Chenas, Moulin-à-Vent, Julienas e Saint-Amour ben sa che il gamay terziarizza in bottiglia ed è in grado di offrire profumi ed aromi che vanno dalla spezia al pellame.

Paradossale, in fondo… Il gamay, geograficamente cresce tra Borgona e Rodano e, a dirla tutta, sembra quasi una via di mezzo tra il Pinot Noir e il Syrah. l’anello di congiunzione tra Nord e Sud della Francia.

Il Syrah 2014 di Stefano Amerighi, vignaiolo in Cortona

Stefano Amerighi Syrah 2014 - 2La storia di oggi tratta di un vignaiolo rivoluzionario e del suo vino. 
Stefano Amerighi
acquista i primi terreni all’inizio degli anni 2000 a Poggiobello di Farneta, nel comune di Cortona. Adesso gli ettari vitati sono circa 7 e sono piantati maggiormente a Syrah (i cloni selezionati arrivano dalla Valle del Rodano, territorio di elezione del vitigno francesce), coltivati secondo i crismi della biodinamica. La sua filosofia agriculturale è scandita dalle fasi lunari e planetarie e si avvale dell’aiuto di preparati biodinamici e del sovescio nella stagione invernale per vivificare il terreno. La difesa fitosanitaria è affidata soltanto a rame e zolfo distribuiti in minime quantità.
La Syrah è la protagonista assoluta e subisce ben 17 vinificazioni differenti, rispettando caratteristiche dell’uva e del terroir. I grappoli, raccolti rigorosamente a mano, rimangono integri per poi essere pigiati con i piedi, alla vecchia maniera, in vecchi tinelli di cemento.
La fermentazione si sviluppa naturalmente con lieviti indigeni e senza aggiunta di solforosa o controlli sulla temperatura. L’affinamento avviene in vasche di cemento e in legni scarichi (vecchi di 12 anni e, quindi, con rilascio nullo di aromi terziari) per 14 mesi, dopodiché il vino viene imbottigliato senza filtrazione o stabilizzazione e attende 1 anno prima di essere commercializzato. Dal 2014 sono in corso delle sperimentazioni di affinamento in “uova di ceramica” che stanno dando buoni risultati essendo materiale neutro e inerte che garantisce l’assenza residuale di metalli pesanti nel vino.

 Degustazione:

All’esame visivo il campione si presenta di un rosso rubino che tende al violaceo, la ricchezza antocianica rende il colore impenetrabile.
All’olfatto, avendo nel mio caso aperto la bottiglia per l’assaggio un’ora prima della degustazione, la presenza ossidativa è minima e, muovendo leggermente il bicchiere, viene fuori fin da subito il ribes nero che si porta a braccetto chiodi di garofano, pepe nero e noce moscata.
L’ingresso in bocca è di una eleganza rara e coerente con l’esame olfattivo, le note fungine e di tartufo nero ballano con la sapidità su un sfondo balsamico di liquirizia che regala una discreta persistenza.
Sono curioso di riassaggiare questo vino tra qualche anno perché, sicuramente, avrà altro da raccontare.

Il Syrah 2014 di Stefano Amerighi è ricco di personalità, tanto che se avessi un pennello potrei dipingerlo.
Se fosse un tessuto sarebbe, di certo, il velluto.
Se fosse una canzone sarebbe “Blowing in the wind” di Bob Dylan.

L’abbinamento cibo/vino, che in questa occasione mi ha dato molta soddisfazione, è quello del Syrah con dei crostoni di pane agliato con funghi porcini dell’ultima stagione autunnale.

Stefano Amerighi Syrah 2014 - 3

San Giovenale: Vino e Modern Art a Blera

Durante una piovosa giornata di Dicembre, contornati dalla morbida campagna laziale, percorriamo una strada ricca di curve, arrivati ad un incrocio il navigatore ci chiede di svoltare a destra su un sentiero sterrato, e di proseguire tra gli alberi spogli, al culmine di una valle in cui scorre il piccolo fiume Mignone, all’interno di una zona profumata di terra, di storia e mitigata dal vento del mare, la Tuscia Viterbese.

Non sappiamo bene cosa cercare, un cartello indicativo, un’insegna, qualsiasi cosa che ci aiuti a trovare la nostra destinazione, ma non troviamo niente di tutto questo, soltanto un cancello aperto, perché l’azienda San Giovenale non si raggiunge per caso, ma soltanto se c’è l’intenzione e la voglia di trovarla davvero.

La curiosità di vedere cosa c’è dietro quel vino, l’Habemus, fino al 2016 figlio unico della produzione di questa azienda, ormai riconosciuto e premiato da tutte le guide e le riviste di settore, è molta e ci accompagna in questo viaggio Emanuele Pangrazi, uomo dalle mille sfaccettature, imprenditore, agricoltore, produttore, amante del design e dello studio dei dettagli.

Quando si guarda la cantina si ha l’idea di vedere un museo di modern art, sensazione che viene confermata quando vi si entra all’interno, tutto è ordinato e studiato, dalla posizione dei fermentatori in acciaio, sistemate ai lati delle pareti, alle gigantesche porte scorrevoli in vetro, all’illuminazione degli ambienti, si percorre un corridoio centrale e alla fine da una parete vetrata ci si affaccia sulle colline che all’orizzonte si fondono con il mare, passando attraverso una piccola vigna composta dai vari esemplari di vitigno coltivati nell’azienda, tutti rigorosamente internazionali.

San Giovenale - Cantina - Fermentatori in acciaio
San Giovenale – Cantina – Fermentatori in acciaio

Alla domanda come nasce però poi l’azienda, lui ci risponde così: “Io sono stato un ragazzo fortunato nel mio lavoro e ho avuto qualche successo e quindi arrivato alla soglia dei 40 anni mi sono iniziato a chiedere se sono stato fortunato o sono stato veramente bravo. E allora mi sono voluto cimentare in una cosa lontanissima dal mio background e in un comparto economico dove ci sono più di 400.000 operatori, il comparto più affollato che c’è in Italia e da lì è nata questa idea, era l’11 agosto del 2006 ho chiamato il commercialista che stava in Sicilia e l’ho fatto tornare per costituire questa azienda agricola. Il 5 settembre ho costituito la società, il 20 settembre ho comprato tutti i terreni e il 29 settembre ho presentato il piano di impianto dei primi 3 ettari di vigneto e calcolate che fino a quel momento non avevo mai visto una pianta di vite. Tutti mi proponevano un progetto industriale con agricoltura intensiva, ma non era quello che io volevo, io l’industria ce l’avevo già, volevo fare qualcos’altro”.

San Giovenale è un’azienda di 10 ettari, dalla produzione annuale di circa 9000 bottiglie, sita nella zona di protezione speciale Bracciano Cerito e Manziate a 400 m slm, posto unico che permette una viticoltura preindustriale, completamente priva di chimica, grazie anche al clima asciutto che evita l’ammalarsi della vite.

Le viti risiedono su terreni particolarmente argillosi e pietrosi, sono allevate ad alberello e sostenute da un tutore in castagno, il tronco è di soli 40 cm, con grappoli piccoli e spargoli dalla bassissima resa.

L’avventura di Emanuele inizia quando conosce il suo enologo, l’allora trentanovenne Marco Casolanetti, a cui da carta bianca sullo sviluppo agricolo dell’azienda, presentandogli il progetto più ambizioso e tecnologicamente più avanzato della provincia di Viterbo.

L’obbiettivo del progetto è quello di creare un vino che riproduca la sensazione di mangiare un chicco d’uva in mezzo al vigneto,  ed è stato sicuramente centrato con Habemus etichetta bianca, che fino al 2015 era composto da un blend di Grenache e Syrah per l’80%, con l’aggiunta di un 20% di Carignan a cui oggi è stata sommata una piccola percentuale di Tempranillo.

E’ finalmente giunto il momento di assaggiare qualcosa, ci spostiamo quindi al piano inferiore attraverso un enorme e moderno ascensore capace di trasportare fino a quattro barrique alla volta.

Arrivati all’ampissima bottaia, ricca di atmosfera,  si viene travolti da un intenso profumo di frutta scura in confettura, mescolata all’odore del legno nuovo, perché Emanuele utilizza soltanto botti di primo passaggio acquistate da quattro tonnelier francesi che oltre a costruirle, raccolgono la legna nelle due foreste di querce più importanti di Francia: Fontainebleau e Troncais.

San Giovenale - Barricaia 1
San Giovenale – Barricaia

 

 

Dopo averci offerto un bicchiere, con una pipetta, aspira del vino direttamente dalla botte, lo versa nel calice e ci dice: “Questo è il Syrah, la bocca dell’Habemus”. E’ un vino carnoso e di grande gusto con evidenti sentori di frutta nera e mallo di mandorla, erbe aromatiche mediterranee e note balsamiche sul finire.

Passiamo subito all’assaggio della seconda botte, “il naso dell’Habemus”, il Grenache, anche lui un vino potente, l’incipit olfattivo è di grande dolcezza, affiorano ricordi di zucchero filato e caramella inglese, vengono alla memoria i profumi femminili degli anni ‘80, è un vino che si potrebbe quasi spruzzare. L’ampio ventaglio olfattivo prosegue con sentori di ginepro, petali di rosa e salmastro. Il Grenache è una varietà che sta dando tante soddisfazioni all’azienda San Giovenale e magari tra qualche anno, ci confessa Emanuele, ne potrebbe nascere un vino in purezza.

Per completare questo destrutturato quadro di Habemus, assaggiamo gli ultimi due vini protagonisti: il Tempranillo e il Carignan.

Non appena degustati, ci appare subito chiaro il motivo che ha spinto l’azienda ad aggiungere il Tempranillo a quello che poteva già essere il blend definitivo, la sua spiccata sapidità, mentre il Carignan è caratterizzato da una forte dinamicità data dall’incredibile freschezza, ed è la fusione delle caratteristiche organolettiche di queste due varietà che crea un binomio esplosivo per la cuvée di Blera.

All’interno del cancello di San Giovenale si respira voglia di sfide e scommesse impossibili, vita vissuta al massimo, ricerca della perfezione, ma anche amore,  gratitudine e senso di appartenenza nei confronti del territorio, della famiglia e dell’Italia, si esce da quel cancello e dall’incontro con Emanuele in qualche modo arricchiti, di spunti di riflessione, di bellezza estetica e di appagamento dei sensi.

Non vi diamo nessun consiglio su come trovare questa azienda e l’Habemus, ma vi suggeriamo di cercarla da soli perdendovi in uno dei territori più affascinanti ed incontaminati del Lazio.

 

San Giovenale - Barricaia 2
San Giovenale – Barricaia

Un Barbaresco sotto la Torre

A distanza di qualche mese, dopo aver partecipato a una bellissima serata sul Barbaresco condotta dal vulcanico Davide Panzieri, responsabile Piemonte della guida Slow Wine, su suo consiglio mi dirigo da Torino verso le Langhe con la mia compagna, allo scopo di andare a pranzo nella storica Osteria Antica Torre, dove è possibile mangiare tra i migliori tajarin del Piemonte e visitare una delle aziende più antiche del Barbaresco, l’azienda Gigi Bianco.

Guardando in direzione della torre medievale di Barbaresco, l’osteria la si trova alla sua destra, mentre la cantina Gigi Bianco alla sua sinistra.

Dopo aver apprezzato non poco i famosi tajarin, ci dirigiamo verso l’azienda dove ci accoglie con gentilezza Max, un collaboratore della famiglia, che è stato informato del nostro arrivo dalla signora Maria Vittoria,  moglie di Gigi, scomparso qualche anno fa.

La sala degustazioni ha un aspetto caldo e familiare, su un grande tavolo di legno Max ci fa trovare le bottiglie pronte per l’assaggio.

L’azienda Gigi Bianco è stata fondata nel 1870 ed è tra le più antiche di Barbaresco, ad oggi possiede quasi 3 ettari vitati tutti nello stesso Comune.

Le vigne si trovano sulle due colline di Ovello e di Pora, dove, oltre alle uve destinate al Barbaresco, si coltiva anche un po’ di Barbera e un po’ di Dolcetto.

Dopo poco, ci raggiunge anche la signora Maria e iniziamo la degustazione con il Dolcetto 2015.

La bottiglia ha in etichetta il dio Bacco e la signora ci racconta che è un quadro che è stato donato a Gigi da parte di un famoso pittore svizzero con dedica: “A Gigi Bianco, Commendatore del vino”. Mi piace scorgere nei suoi occhi l’orgoglio di quel marito che ha fatto la storia del Barbaresco e che, nonostante l’assenza, continua a vivere grazie agli aneddoti e ai suoi vini.

Subito dopo abbiamo assaggiato due Barbere la 2013 e la 2014.

La prima realizzata soltanto in acciaio, mentre la seconda affinata in legno e con un anno in più di invecchiamento. Questo perché come filosofia l’azienda preferisce interpretare l’annata e non dare prodotti standardizzati. Il 2014, ad esempio, è stato un anno che ha dato una Barbera molto alcolica, che necessitava di fare un po’ di legno per avere maggiore struttura ed equilibrio, cosa di cui non aveva bisogno la 2013.

Gli assaggi sono proseguiti con un ottimo Nebbiolo 2013 per poi approdare ai meravigliosi Barbareschi 2012: Ovello e Pora.

Il cru Ovello si trova dietro la torre medievale ed il terreno ha una prevalenza di sabbia, rispetto al Pora che si trova a circa mezzo km in direzione di Alba e ha un terreno più calcareo, esprimendo anche nel bicchiere un carattere più austero. Entrambi gli appezzamenti si trovano a circa 250/300 metri slm con esposizioni a sud/sud-ovest per Ovello e sud/sud-est per il Pora. Le vigne sono vecchie di oltre 50 anni.

A primo impatto il Barbaresco Ovello 2012 si caratterizza per un ventaglio olfattivo già definito e ben sviluppato, un vino che sin da ora sa regalare grandi emozioni con delle dolci note di confettura di prugna e ciliegia, petali di rosa, scorza di arancia e sbuffi di cipria. In bocca stupisce per finezza ed eleganza con un equilibrio che regala grande piacevolezza di assaggio.

Il Barbaresco Pora 2012 al naso è ancora contratto, si concede, ma fino ad un certo punto; è un vino che promette grandi soddisfazioni in divenire, per i più che sapranno aspettare. In bocca la struttura è ben presente, supportata da freschezza e sapidità con un tannino gustoso e ancora scalpitante.

Prima di congedarci, chiediamo a Max di mostrarci la suggestiva barricaia che si trova a ridosso delle torre medievale. La cantina è ordinata, con le botti più grandi disposte sul lato destro della stanza, mentre le barrique su quello sinistro. Entrando in quel luogo, ho avuto la sensazione di fare un salto nella storia, un tuffo nella tradizione, come varcare un portale per rivivere le persone che hanno contribuito a rendere grande questa meravigliosa azienda famigliare.

Dogliani. Il dolcetto raccontato da Anna Maria Abbona

Prima Domenica di Dicembre, come ogni anno ci organizziamo per l’immancabile pranzo a Carrù, nel periodo del Bue Grasso ed essendo di strada, decidiamo di fare visita ad Anna Maria Abbona, produttrice di Dogliani, un po’ perché incuriositi dall’articolo del nostro collega ed amico Alberto Rondolino e soprattutto per conoscere meglio il vino dolcetto.

Targa AMAL’azienda vinicola di Anna Maria si trova nel comune di Farigliano in frazione Moncucco, accanto alla piccola chiesa di San Bernardo, oltre i 500 metri di altitudine.

Durante il tragitto in auto i veri protagonisti sono le colline, le vigne ed i piccoli paesi completamente ricoperti da una coltre di neve, caduta abbondantemente solo due notti prima, regalando al paesaggio un’atmosfera natalizia.

Più tardi, Anna Maria ci racconterà di come questa neve sia stata così tanto attesa dagli agricoltori e dalle vigne stesse: lentamente l’umidità penetrerà nel terreno, in profondità, costituendo la riserva idrica per la prossima estate.

Cantina Anna Maria AbbonaFuori il paesaggio innevato e dentro una sala degustazione accogliente, una stufa accesa e una storia da ascoltare: quella di Anna Maria e del suo dolcetto.

La storia ha inizio nel 1989, quando Anna Maria decide di dedicare le sua vita alla viticoltura e di partire, senza farsi influenzare da mode produttive del momento, dal vitigno autoctono per eccellenza: il dolcetto, lo stesso che il nonno curava molto tempo prima, quando sperimentava nello storico vigneto Maioli al fine di selezionare i migliori porta innesti e cloni di dolcetto.

Anna Maria ci spiega come, per fare questo lavoro, debbano coesistere due diverse anime: quella del vignaiolo, legato al territorio, alle vigne e ai valori del mondo agricolo e quella dell’imprenditore, indispensabile per fare importanti investimenti e far crescere l’azienda in un mercato sempre più competitivo, che non permette l’emergere di un prodotto mediocre.

Mattia e Anna Maria AbbonaL’isolamento di queste terre ha permesso ad Anna Maria ed al marito di far crescere l’azienda lentamente ed in maniera organica, maturando negli anni una profonda conoscenza del territorio, delle singole vigne e dei vitigni locali.

Il vitigno dolcetto predilige i suoli calcarei e marnosi, meno le argille e le sabbie che trattengono maggiormente l’umidità, i grappoli devono ben distanziati ed arieggiati, richiedendo continue e meticolose potature, avendo il vitigno un importante vigoria vegetativa.

Il dolcetto, ci racconta, è un vitigno molto difficile e delicato, che necessita di una cura maniacale della vigna che si traduce in un gran numero di ore uomo, stimate in 400 ore uomo per ettaro, più di quanto ogni altro vitigno del posto possa richiedere.

Il vino tende a “sporcarsi” facilmente facendo emergere subito le imperfezioni dovute ad uve non sanissime e a muffe: sembrerà banale, ma per un grande Dolcetto è indispensabile portare in cantina uve sanissime, potendo così mantenere l’utilizzo di solforosa ben al di sotto dei limiti consentiti.

Vigne innevateAnna Maria ha cercato di dedicare tutte le attenzioni per tirare fuori il massimo dalle potenzialità del vitigno, scontrandosi da un lato con i costi di produzione superiori e dall’altro con la storia di questo vino ed il pensare comune che hanno relegato il dolcetto a semplice vino da pasto.

Anche per questo è nata la DOCG Dogliani di cui Anna Maria è presidente: l’idea è di proporre un vino che per struttura, corpo e soprattutto qualità sia superiore al semplice e rustico vino quotidiano.

La degustazione inizia con il Langhe dolcetto, un vino che vuole essere autentica testimonianza del dolcetto semplice, di bassa gradazione con le sue innate durezze e ottenuto dai vigneti più giovani.

Langhe Dolcetto AMAAnna Maria è molto affezionata a questo vino cosiddetto d’entrata molto piacevole e da pasto, anche se ne produce sempre meno, perché le vigne giovani non sono più così tante.

Passiamo poi al Sorì dij But un dolcetto solo acciaio le cui uve arrivano da diversi vigneti.

Molto apprezzato dalla ristorazione perché, pur mostrando eleganza ha tutte le connotazioni tipiche del dolcetto: grande facilità di beva e una dote innata di perfetto accompagnatore dei piatti della cucina Piemontese spesso anche grassa e dai sapori forti.

I tratti comuni sono un colore rubino e violaceo, dei profumi intensi di viola e confettura fresca oltre a leggere note speziate dolci… questa dolcezza al naso sorprende spesso il degustatore inesperto che ritroverà al palato una freschezza ed un tannino importanti ed inaspettati.

Passiamo al Maioli, ottenuto dall’omonimo vigneto storico. Le vigne sono molto vecchie e producono frutti più piccoli con un maggior rapporto buccia – polpa. Ritengo il Maioli sia il capolavoro di Anna Maria, quello cioè di aver aggiunto alle tipicità del dolcetto un’eleganza ed una raffinatezza incredibili: qui l’equilibrio e la piacevolezza sono all’apice e ripagano Anna Maria di tutto l’impegno e la dedizione per questo vitigno.

Poi passiamo al San Bernardo, prodotto dal vigneto ben visibile dalle finestre della sala degustazione, e che si trova proprio sotto alla cappella dedicata all’omonimo santo.

L’impianto è molto vecchio, lo si capisce dai filari distanziati anche di 4 metri, perché in tempi di povertà tra di essi si coltivava il grano. Anna Maria crede molto nelle sue potenzialità di invecchiamento ed evoluzione: è l’unico Dolcetto infatti che fa legno.

DoglianiLe uve sono raccolte molto mature, il vino svolge la malolattica in acciaio per poi riposare in botti grandi per 18 mesi. L’importante volume alcolico e l’affinamento conferiscono al vino rotondità, morbidezza e complessità.

Terminiamo con un Maioli 2012, la miglior chiusura possibile alla degustazione: concordiamo sul fatto che possa aver raggiunto la sua piena maturità dandoci una misura del potenziale evolutivo del Dogliani superiore di Anna Maria.

Cosa ci portiamo a casa?

Beh, sicuramente qualche bottiglia di buon dolcetto nelle sue varie tipologie ed un arricchimento personale sul territorio di Dogliani ed il vitigno dolcetto e la conferma di come passione, competenza e dedizione possano portarlo in bottiglia con risultati eccellenti.

Malvirà Renesio Roero Riserva 2009 – Perla del Roero

Siamo a Canale, nel Roero, territorio a nord est della grande provincia di Cuneo.                                        

Qui, per troppo tempo, il Roero ha guardato con invidia sua sorella Langhe, posta proprio di fronte, divisi solo dal fiume Tanaro, spettatore e giudice severo che ha tracciato i confini e la tessitura dei due terreni, sabbioso calcareo per lui, argilloso e compatto per lei.

Tra queste colline, lo stesso vitigno, il nebbiolo, continua a regalare alle Langhe fama e riconoscimenti, ma come un padre giusto ha iniziato a ricompensare anche il Roero di quella notorietà che merita da tempo.

Il Produttore

Villa Tiboldi relais e ristorante

La cantina è Malvirà, dei fratelli Damonte, che dall’alto di una dolce collina in Località Canova gestiscono l’azienda vinicola composta anche da Villa Tiboldi, gioiello settecentesco acquistato dai fratelli nel 1985 e oggi relais e ristorante apprezzatissimo dai molti turisti, specialmente stranieri, che decidono di trascorrere tra queste colline le loro vacanze.

 

 

 

 

Il vino – Malvirà Renesio Roero Riserva 2009

Malvirà Renesio Riserva 2009

Colore rosso granato d’intensità viva. Fin da subito si rimane colpiti e incantati dall’intensità e dall’ampiezza del ventaglio aromatico, dal balsamico avvolgente e rassicurante, ai frutti neri, mora, prugna, fino alle spezie dolci, pepe, coriandolo e liquirizia.

Il piacere continua in bocca con una morbidezza avvolgente, una sorprendente e piacevole dolcezza perfettamente integrata con un tannino, presente ma mai invadente.

All’eleganza dell’anima, corrisponde un’eleganza del corpo. L’etichetta con il simbolo Malvirà su fondo nero e scritte in oro aggiunge bellezza a un vino già affascinante. Un dettaglio non indispensabile ma che vale la pena evidenziare.

Il Renesio Riserva 2009 è semplicemente emozionante, regge testa e batte tanti Nebbiolo di Langa più blasonati, anzi, può essere scambiato per uno di essi, ma questo è un Roero e vale molto di più così.

Abbinamento: da solo! Basta per essere amato. Ma è ottimo anche insieme a piatti a base di tartufo bianco, tradizionale di questa zona.

Consigliato da bere: in una serata piena di sorprese.

Mayolet 2016 – Feudo di San Maurizio

Il vino si presenta di un bel rubino luminoso con sfumature violacee.

Al naso è intenso e colpiscono, in un primo momento, il lampone e la riduzione di amarena, poi le sfumature  virano su note di fiori freschi (rose e violette) per terminare con eleganti sbuffi di cipria.

Al palato è fine ed elegante, con un grande equilibrio dove il calore viene contenuto dall’evidente vena fresco-sapida.

Il tannino è una carezza al palato che non lascia traccia.

Il finale è lungo con rimandi fruttati.