Beaujolais: tra il cuore e le stelle

Il Beaujolais è un terroir in bilico tra chi fa quantità e chi fa qualità, tra chi fa numeri e chi fa filosofia. Poi, però, ci sono anche degli astri che illuminano la strada.

Uno che va sicuramente ricordato è Marcel Lapierre, i cui vini Triple A ho conosciuto ed apprezzato già in Italia. Purtroppo non ho avuto la possibilità di visitare il suo Château a Morgon.

Ho invece avuto la fortuna di incontrare Anita Kuhnel, a Chenas, Domaine Anita, e Gregory Barbet a Saint-Amour, Domaine de la Pirolette. Questi due giovani produttori sono, in effetti, dei veri imprenditori del vino e fanno dell’alta qualità del prodotto la loro bandiera.

Domaine Anita

Le vigne scendono da Chenas, a ovest, in alto, la cappella della Madonna di Fleurie, a est, in basso, il mulino che dà il nome al cru Moulin-à-Vent.

In località Les Caves raggiungo la casa rurale di Anita Kuhnel, immersa nelle vigne di Gamay, rigorosamente allevate ad alberello e potate manualmente a gobelet.

Anita, nota in Francia per essere campionessa di ciclismo, prima ancora che vigneronne, mi accoglie con amicizia e mi guida tra le vigne fino a farmi scorgere il mulino, a valle.

Poi entriamo in casa e passiamo a degustare, in un clima di straordinaria semplicità, l’ottimo Chenas seguito dai due straordinari Moulin-à-Vent, il Reine de Nuit, con raccolta notturna per accrescerne la freschezza, e il Coeur de Vigneronne, con passaggio in legno, per completarne il già importante spettro olfattivo.

Si tratta di vini palesemente longevi, al contrario della maggior parte dei Beaujolais. Varrà la pena aspettare che evolvano in bottiglia, per apprezzarli al meglio.

Domaine de la Pirolette

Dopo una breve sosta rituale al Moulin-à-Vent, proseguo per Saint-Amour, già in territorio borgognone. Il villaggio è estremamente pittoresco, stretto attorno alla chiesa romanica di granito rosso, così come gran parte delle case.

Il Domaine de la Pirolette è situato in una bella villa di campagna, con vista superba verso gli altri cru del Beaujolais.

Gregory Barbet ci tiene a raccontarmi nel dettaglio dell’estrema varietà del terroir di questo villaggio, in epoche arcaiche “spiaggia granitica” del grande oceano che copriva la Borgogna.

La cantina è tradizione e innovazione, con storici graticci per la semicarbonica e botti ovoidali in cemento per l’affinamento.

Saint-Amour è oggi molto spesso ricollegato alla prassi di regalare, in tutta la Francia, una bottiglia dell’annata per San Valentino, eppure siamo di fronte ad una potenziale eccellenza. A La Pirolette si lavora per far emergere tutto questo, per evitare che Saint-Amour cada nel dimenticatoio, soptattutto su cuvée che meritano di affinare in bottiglia ben più a lungo.

Il vino è piacevolmente speziato e presenta una complessità non scontata. Probabilmente è, al pari di quello di Anita Kuhnel, un vino con buon potenziale di invecchiamento.

Ecco, questo della conservazione e dell’evoluzione in bottiglia è uno dei nodi cruciali del Beaujolais. Da una parte, si tende sempre a ricondurre tutto all’esperienza (infausta?) dei Beaujolais Nouveu, dall’altra, chi fa Morgon, Chenas, Moulin-à-Vent, Julienas e Saint-Amour ben sa che il gamay terziarizza in bottiglia ed è in grado di offrire profumi ed aromi che vanno dalla spezia al pellame.

Paradossale, in fondo… Il gamay, geograficamente cresce tra Borgona e Rodano e, a dirla tutta, sembra quasi una via di mezzo tra il Pinot Noir e il Syrah. l’anello di congiunzione tra Nord e Sud della Francia.

Vino e natura al Domaine des Ronze

Il Domaine des Ronze a Régnié-Durette, nel Beaujolais, è gestito da Frederic Sornin, vignaiolo indipendente molto attento alla ricerca e mantenimento dell’equilibrio naturale in vigna e in vinificazione. Degustiamo qui tre dei suoi vini, uno per ciascuna delle etichette prodotte:

Domaine Victor Sornin Beaujolais Lantignié Nature “Les Monthieux” SA

Paglierino tenue con riflessi verdolini.

Il naso delicato si compone di note di litchi, frutta esotica, fiori di acacia ed un fondo di erbe campestri.

In bocca è equilibrato, di buona freschezza e sapidità per un finale prolungato.

Solo acciaio. E’ uno Chardonnay in purezza di Lantignie, un papabile cru di Beaujolais riconosciuto come particolarmente vocato per vini bianchi.

Domaine des Ronze Regnié 2016

Il vino si presenta di un bel rosso rubino con riflessi violacei.

Al naso è intenso e regala ricordi di dolci note fruttate di fragoline di bosco, lamponi e caramelle alla banana per poi terminare con cenni di petali di rosa.

In bocca è dinamico e di grande equilibrio.

La freschezza dona a questa bottiglia un’ottima beva tipica dei vini di questa zona.

Il tannino è fine e ben integrato ed il finale è lungo e di rimando fruttato.

Domaine Frederic Sornin Morgon “Les Charmes” 2016

Il vino ha una piacevole veste di color rubino con ampi riflessi purpurei.

L’olfatto rivela una certa complessità che ricorda note fruttate, principalmente di susine rosse, affiancate ad un sentore ferroso che evoca i terreni rossi e blu di Morgon.

La bocca è abbastanza equilibrata, contraddistinta da una freschezza molto importante, tannini fini e comunque poco presenti.

Finale abbastanza lungo, con un ritorno minerale. Ancora un anno in bottiglia per avere il massimo da questo vino.

San Giovenale: Vino e Modern Art a Blera

Durante una piovosa giornata di Dicembre, contornati dalla morbida campagna laziale, percorriamo una strada ricca di curve, arrivati ad un incrocio il navigatore ci chiede di svoltare a destra su un sentiero sterrato, e di proseguire tra gli alberi spogli, al culmine di una valle in cui scorre il piccolo fiume Mignone, all’interno di una zona profumata di terra, di storia e mitigata dal vento del mare, la Tuscia Viterbese.

Non sappiamo bene cosa cercare, un cartello indicativo, un’insegna, qualsiasi cosa che ci aiuti a trovare la nostra destinazione, ma non troviamo niente di tutto questo, soltanto un cancello aperto, perché l’azienda San Giovenale non si raggiunge per caso, ma soltanto se c’è l’intenzione e la voglia di trovarla davvero.

La curiosità di vedere cosa c’è dietro quel vino, l’Habemus, fino al 2016 figlio unico della produzione di questa azienda, ormai riconosciuto e premiato da tutte le guide e le riviste di settore, è molta e ci accompagna in questo viaggio Emanuele Pangrazi, uomo dalle mille sfaccettature, imprenditore, agricoltore, produttore, amante del design e dello studio dei dettagli.

Quando si guarda la cantina si ha l’idea di vedere un museo di modern art, sensazione che viene confermata quando vi si entra all’interno, tutto è ordinato e studiato, dalla posizione dei fermentatori in acciaio, sistemate ai lati delle pareti, alle gigantesche porte scorrevoli in vetro, all’illuminazione degli ambienti, si percorre un corridoio centrale e alla fine da una parete vetrata ci si affaccia sulle colline che all’orizzonte si fondono con il mare, passando attraverso una piccola vigna composta dai vari esemplari di vitigno coltivati nell’azienda, tutti rigorosamente internazionali.

San Giovenale - Cantina - Fermentatori in acciaio
San Giovenale – Cantina – Fermentatori in acciaio

Alla domanda come nasce però poi l’azienda, lui ci risponde così: “Io sono stato un ragazzo fortunato nel mio lavoro e ho avuto qualche successo e quindi arrivato alla soglia dei 40 anni mi sono iniziato a chiedere se sono stato fortunato o sono stato veramente bravo. E allora mi sono voluto cimentare in una cosa lontanissima dal mio background e in un comparto economico dove ci sono più di 400.000 operatori, il comparto più affollato che c’è in Italia e da lì è nata questa idea, era l’11 agosto del 2006 ho chiamato il commercialista che stava in Sicilia e l’ho fatto tornare per costituire questa azienda agricola. Il 5 settembre ho costituito la società, il 20 settembre ho comprato tutti i terreni e il 29 settembre ho presentato il piano di impianto dei primi 3 ettari di vigneto e calcolate che fino a quel momento non avevo mai visto una pianta di vite. Tutti mi proponevano un progetto industriale con agricoltura intensiva, ma non era quello che io volevo, io l’industria ce l’avevo già, volevo fare qualcos’altro”.

San Giovenale è un’azienda di 10 ettari, dalla produzione annuale di circa 9000 bottiglie, sita nella zona di protezione speciale Bracciano Cerito e Manziate a 400 m slm, posto unico che permette una viticoltura preindustriale, completamente priva di chimica, grazie anche al clima asciutto che evita l’ammalarsi della vite.

Le viti risiedono su terreni particolarmente argillosi e pietrosi, sono allevate ad alberello e sostenute da un tutore in castagno, il tronco è di soli 40 cm, con grappoli piccoli e spargoli dalla bassissima resa.

L’avventura di Emanuele inizia quando conosce il suo enologo, l’allora trentanovenne Marco Casolanetti, a cui da carta bianca sullo sviluppo agricolo dell’azienda, presentandogli il progetto più ambizioso e tecnologicamente più avanzato della provincia di Viterbo.

L’obbiettivo del progetto è quello di creare un vino che riproduca la sensazione di mangiare un chicco d’uva in mezzo al vigneto,  ed è stato sicuramente centrato con Habemus etichetta bianca, che fino al 2015 era composto da un blend di Grenache e Syrah per l’80%, con l’aggiunta di un 20% di Carignan a cui oggi è stata sommata una piccola percentuale di Tempranillo.

E’ finalmente giunto il momento di assaggiare qualcosa, ci spostiamo quindi al piano inferiore attraverso un enorme e moderno ascensore capace di trasportare fino a quattro barrique alla volta.

Arrivati all’ampissima bottaia, ricca di atmosfera,  si viene travolti da un intenso profumo di frutta scura in confettura, mescolata all’odore del legno nuovo, perché Emanuele utilizza soltanto botti di primo passaggio acquistate da quattro tonnelier francesi che oltre a costruirle, raccolgono la legna nelle due foreste di querce più importanti di Francia: Fontainebleau e Troncais.

San Giovenale - Barricaia 1
San Giovenale – Barricaia

 

 

Dopo averci offerto un bicchiere, con una pipetta, aspira del vino direttamente dalla botte, lo versa nel calice e ci dice: “Questo è il Syrah, la bocca dell’Habemus”. E’ un vino carnoso e di grande gusto con evidenti sentori di frutta nera e mallo di mandorla, erbe aromatiche mediterranee e note balsamiche sul finire.

Passiamo subito all’assaggio della seconda botte, “il naso dell’Habemus”, il Grenache, anche lui un vino potente, l’incipit olfattivo è di grande dolcezza, affiorano ricordi di zucchero filato e caramella inglese, vengono alla memoria i profumi femminili degli anni ‘80, è un vino che si potrebbe quasi spruzzare. L’ampio ventaglio olfattivo prosegue con sentori di ginepro, petali di rosa e salmastro. Il Grenache è una varietà che sta dando tante soddisfazioni all’azienda San Giovenale e magari tra qualche anno, ci confessa Emanuele, ne potrebbe nascere un vino in purezza.

Per completare questo destrutturato quadro di Habemus, assaggiamo gli ultimi due vini protagonisti: il Tempranillo e il Carignan.

Non appena degustati, ci appare subito chiaro il motivo che ha spinto l’azienda ad aggiungere il Tempranillo a quello che poteva già essere il blend definitivo, la sua spiccata sapidità, mentre il Carignan è caratterizzato da una forte dinamicità data dall’incredibile freschezza, ed è la fusione delle caratteristiche organolettiche di queste due varietà che crea un binomio esplosivo per la cuvée di Blera.

All’interno del cancello di San Giovenale si respira voglia di sfide e scommesse impossibili, vita vissuta al massimo, ricerca della perfezione, ma anche amore,  gratitudine e senso di appartenenza nei confronti del territorio, della famiglia e dell’Italia, si esce da quel cancello e dall’incontro con Emanuele in qualche modo arricchiti, di spunti di riflessione, di bellezza estetica e di appagamento dei sensi.

Non vi diamo nessun consiglio su come trovare questa azienda e l’Habemus, ma vi suggeriamo di cercarla da soli perdendovi in uno dei territori più affascinanti ed incontaminati del Lazio.

 

San Giovenale - Barricaia 2
San Giovenale – Barricaia

Beaujolais: dove la grande sfida è il vino naturale

In Beaujolais la vigna è una sfida. Il gobelet è perfido, ti obbliga a stare chino, schiena spezzata a strappare le erbacce e a potare a mano le “corna” dell’alberello.

gobeletCerto è che la soluzione è diserbare, espiantare e mettere il cordone. Tuttavia c’è chi si oppone a tutto questo e persevera nella tradizione e cerca alternative di sostenibilità.

barrique zordan bertrandsGirando per i cru del Beaujolais mi imbatto in due vigneron che condividono la cantina. Si tratta di Les Bertrand e Château Grand Pré.

Les Bertrand e Château Grand Pré

Les Bertrand sono una famiglia che ha voluto intraprendere la strada della biodinamica. La vigna è curata come una figlia senza alcun trattamento, eccezion fatta per tisane da estratti vegetali di ortica e bardana.

Château Grand Préclaude zordan, della famiglia Zordan, dal cognome di chiara origine veneta, condivide la cantina con i Bertrand ed ha una sala di degustrazione confinante. Mi accoglie Claude, con l’empatia di un vecchio amico di bevute.

È lui a raccontarmi delle vendemmie perse degli ultimi due anni e della necessità di acquistare l’uva da terzi, pur nel rispetto dell’agricoltura biologica. Stessa sorte è toccata ai vicini Bertrand. La grandine ha devastato le vigne di Fleurie.

Le vigne si estendono tutt’intorno alla casa e sono belle, soprattutto alla luce dei parchi raggi del sole che bucano la grigia coltre delle nubi di questo inverno d’inizio anno.

La cantina è essenziale, con le sue vasche di cemento per la fermentazione semicarbonica e una piccola barricaia. Fuori, in un container a temperatura controllata, lo “sputnik”, Claude mi racconta dell’esperimento in corso per vinificare lo chardonnay in stile borgognone e, come in Borgogna, mi invita a bere dalla botte sia il vino che il mosto ancora in fermentazione.

I vini di les Bertrands sono austeri, spessi, di grande corpo e olfattivamente bisognosi di tempo per aprirsi. Più immediati i vini di Zordan, tra cui spiccano un interessante Fleurie Cuveé Spaciale, fine più corposo del consueto, e un ottimo Morgon, di grande corpo e con un naso importante di frutti in confettura, bocca fresca e tannini ruspanti.

Domaine des Ronze

ABGiungo a Régnié-Durette e incontro Frederic Sornin, vignaiolo indipendente al Domaine des Ronze. Mi racconta delle sue vigne, del lavoro manuale e di come sia duro mantenere l’equilibrio naturale.

beaujolais domaine des ronzeAnche Frederic lavora in biologico in vigna e in cantina. Il suo sogno è crescere in modo organico per promettere un futuro al figlio quattordicenne Victor che già lo affianca.

Gli chiedo se affitta camere o fa altre attività ricettive. No, mi risponde, non ce n’è il tempo. La vigna lo prende tutto. Magari, in futuro, chissà.

Assaggio il bianco che sta vinificando sui terreni di quello che si spera potrà essere il primo cru del Beaujolais dedicato allo chardonnay, il Lantignié e, soprattutto il Régnié, effetto “bottiglia col buco”, foss’anche per il fatto che l’abbiamo bevuta, anche qui, in un clima empatico raro.

 

 

In Sardegna, alla scoperta del Moscato di Sorso Sennori

I romani usavano definire i territori conquistati Romània e quelli in cui non riuscivano ad entrare Barbària, di qui i nomi di due regioni sarde diversissime tra loro la Romangia a nord dell’isola e la Barbagia, regione montuosa al centro. Ed è proprio dalla Romangia che parte il nostro viaggio tra le produzioni vinicole della Sardegna. E non mancheremo più in là di parlare della Barbagia…

La Romangia si affaccia sul bellissimo parco naturale dell’Asinara e le sue vigne circondate da ulivi si trovano a stretto contatto con il mare. E’ proprio grazie al microclima mitigato dalle brezze di mare che si devono le peculiari caratteristiche di questi terreni sabbiosi ed argillosi dove le uve raggiungono ottimi livelli di maturazione: una produzione straordinaria di uve sotto il profilo qualitativo.

E’ qui che si produce il Moscato di Sorso Sennori DOC.

Dopo pochi chilometri in aperta campagna nel paesaggio profumato dalla macchia mediterranea arriviamo a Sorso. La Cantina Sociale di Sorso-Sennori è al centro del paese. Ha una storia lunga sessant’anni ma di recente una accurata ristrutturazione le ha ridato nuova vita, grazie all’amore sapiente della Signora Mariana la nuova proprietaria.

L’intenzione di armonizzare il vecchio e il nuovo, la tradizione e il moderno, la produzione artigianale con l’arte è evidente in tanti aspetti della Cantina. Dai muri, decorati con le riproduzioni gigantografiche delle opere del pittore contemporaneo Angelo Maggi alle etichette dei vini elegantemente decorate con le stesse illustrazioni pittoriche.

Ma non possiamo e non vogliamo solo farci ispirare. Vogliamo imparare. Apprendiamo che la denominazione DOC risale al 1972 e che i vini della denominazione Moscato di Sorso Sennori DOC si basano principalmente sui vitigni Moscato bianco. Le uve destinate alla vinificazione devono assicurare al vino una gradazione alcolica complessiva minima naturale di  14,5°C. Secondo il disciplinare di produzione, il vino “Moscato di Sorso-Sennori” non può essere immesso al consumo prima del 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Al momento dell’assaggio ci vengono proposti i due moscati prodotti dalla cantina, il vecchio e il nuovo.

Il primo è ANTAS storico prodotto ormai in commercio da più di una decina di anni, un vino intenso e ben strutturato. Va servito a 7-8°C e si abbina perfettamente alla seadas, il tipico dolce sardo a base di formaggio.

Il secondo è MARIANA (in onore della proprietaria della Cantina) prodotto in serie limitata. E’ un  Moscato barricato dal colore ambrato-dorato brillante. All’olfatto sprigiona sentori di pesca, frutta secca, vaniglia, caramello e cuoio. Al palato risulta dolce, morbido, equilibrato, aromatico. L’ideale è abbinarlo alla pasticceria classica locale di pasta di mandorla o a creme e formaggi dal gusto piccante e marcato. Va servito idealmente a 12-14°C.

E durante la degustazione di rito nell’angolo appositamente adibito in fondo alla Cantina, cade lo sguardo sul retro delle bottiglie. Su quella del MARIANA si legge “Ascoltando in silenzio gli insegnamenti per non perderti negli oscuri sentieri della ricerca”. Sul retro dei vini prodotti da questa Cantina non troviamo, come siamo soliti, le caratteristiche organolettiche del vino né i tipici suggerimenti per l’abbinamento ai cibi. Il retro di ogni bottiglia riporta piccoli pensieri di riflessione, quasi a voler accompagnare la degustazione del vino con parole sapienti. Ed ecco che l’esperienza diventa multidimensionale in un blend unico e articolato tra vino, arte e cultura.

Beaujolais: alla ricerca del vino degli Château

Il mio viaggio in Beaujolais inizia visitando alcuni Château storici della regione. Siamo a sud della Borgogna e, ne sono certo, questi grandi castelli sono produttori importanti, ma non rispecchiano l’essenza del Beaujolais.

chatelardIn ogni caso, queste visite mi permettono di comprendere meglio anche la storia e la storia dell’arte di questa regione che, ahimè, non è neppure riportata sulla maggior parte delle guide turistiche in lingua italiana.

Il tempo di gennaio mi riserva un cielo plumbeo, pioggia e vento a raffiche.

Château du Châtelard

Il primo produttore che incontro è Château du Châtelard, sito a Lancié, poco a est di Morgon, a sud di Fleurie e del Moulin-à-Vent di Romaneche-Thorins.

fleurie chatelardLa visita è interessante, soprattutto perché rappresenta, per me, il “battesimo” del Beaujolais. Così, posso vedere le vasche di cemento e i tini usati per la macerazione semicarbonica del gamay e la barricaia, prima di passare alla degustazione.

L’enologa, Aurelie de Vermont, figlia di un produttore del Beaujolais, vinifica in modo molto tradizionale e presenta, a mio avviso, delle buone esemplificazioni di tutti i cru. Molto piacevole il fruttato Fleurie, ma, al solito, preferisco Morgon, che è il più affine al mio gusto personale, insieme al Moulin-à-Vent.

La degustazione è interessante perché tocca anche le zone limitrofe di Puilly-Fuissé e del Maconnaise, con buone espressioni dello Chardonnay.

corcellesChâteau de Corcelles

Poco più a sud di Lancié mi imbatto per caso nello Château de Corcelles, maniero cinquecentesco assai severo, in mezzo alle vigne. Il castello è davvero molto pittoresco, nello stile dei castelli rinascimentali della vicina valle della Loira. Purtroppo, si può visitare ben poco.

In degustazione mi offrono un rosè ed un Brouilly molto fruttati.

pizayChâteau de Pizay

Il giorno successivo visito Château de Pizay, altro gioiello d’architettura rinascimentale, su fondamenta ben più antiche. Qui, il direttore Dufaitre mi racconta che l’azienda fa parte del gruppo assicurativo Groupama e conta ben 75 ettari di vigneto. Ciò detto, mi guida alla scoperta della bellissima cantina e, successivamente, mi spiega i vini e le differenze di terreno e terroir tra i vari cru.

pizay boutiqueLa visita è davvero coinvolgente, suffragata dalla degustazione svoltasi nei locali dell’elegantssima boutique, dove ciascun vino in vendita può essere assaggiato grazie alla presenza di erogatori automatici e relativi acquai per la pulizia del calice.

percorso didatticoLa bella sorpresa è, poi, il percorso autodidattico che è offerto ai visitatori del castello, che consente un avvicinamento al mondo del vino e ai concetti elementari della degustazione, grazie a dieci stazioni con prove pratiche visive, tattili, olfattive e gustative.

I vini di Pizay sono molto interessanti, soprattutto il Morgon Cuvee de Py. Pizay è, fra l’altro, il toponimo di riferimento per Py, la collina che sovrasta, a ovest, il castello.

Davvero interessante anche lo Chardonnay su suolo granitico del Beaujolais Village Blanc, con meravigliose freschezza e mineralità.

Il castello, circondato da un sontuoso giardino all’italiana, è anche un resort di lusso (afferente, tuttavia, ad una diversa società).

Un Barbaresco sotto la Torre

A distanza di qualche mese, dopo aver partecipato a una bellissima serata sul Barbaresco condotta dal vulcanico Davide Panzieri, responsabile Piemonte della guida Slow Wine, su suo consiglio mi dirigo da Torino verso le Langhe con la mia compagna, allo scopo di andare a pranzo nella storica Osteria Antica Torre, dove è possibile mangiare tra i migliori tajarin del Piemonte e visitare una delle aziende più antiche del Barbaresco, l’azienda Gigi Bianco.

Guardando in direzione della torre medievale di Barbaresco, l’osteria la si trova alla sua destra, mentre la cantina Gigi Bianco alla sua sinistra.

Dopo aver apprezzato non poco i famosi tajarin, ci dirigiamo verso l’azienda dove ci accoglie con gentilezza Max, un collaboratore della famiglia, che è stato informato del nostro arrivo dalla signora Maria Vittoria,  moglie di Gigi, scomparso qualche anno fa.

La sala degustazioni ha un aspetto caldo e familiare, su un grande tavolo di legno Max ci fa trovare le bottiglie pronte per l’assaggio.

L’azienda Gigi Bianco è stata fondata nel 1870 ed è tra le più antiche di Barbaresco, ad oggi possiede quasi 3 ettari vitati tutti nello stesso Comune.

Le vigne si trovano sulle due colline di Ovello e di Pora, dove, oltre alle uve destinate al Barbaresco, si coltiva anche un po’ di Barbera e un po’ di Dolcetto.

Dopo poco, ci raggiunge anche la signora Maria e iniziamo la degustazione con il Dolcetto 2015.

La bottiglia ha in etichetta il dio Bacco e la signora ci racconta che è un quadro che è stato donato a Gigi da parte di un famoso pittore svizzero con dedica: “A Gigi Bianco, Commendatore del vino”. Mi piace scorgere nei suoi occhi l’orgoglio di quel marito che ha fatto la storia del Barbaresco e che, nonostante l’assenza, continua a vivere grazie agli aneddoti e ai suoi vini.

Subito dopo abbiamo assaggiato due Barbere la 2013 e la 2014.

La prima realizzata soltanto in acciaio, mentre la seconda affinata in legno e con un anno in più di invecchiamento. Questo perché come filosofia l’azienda preferisce interpretare l’annata e non dare prodotti standardizzati. Il 2014, ad esempio, è stato un anno che ha dato una Barbera molto alcolica, che necessitava di fare un po’ di legno per avere maggiore struttura ed equilibrio, cosa di cui non aveva bisogno la 2013.

Gli assaggi sono proseguiti con un ottimo Nebbiolo 2013 per poi approdare ai meravigliosi Barbareschi 2012: Ovello e Pora.

Il cru Ovello si trova dietro la torre medievale ed il terreno ha una prevalenza di sabbia, rispetto al Pora che si trova a circa mezzo km in direzione di Alba e ha un terreno più calcareo, esprimendo anche nel bicchiere un carattere più austero. Entrambi gli appezzamenti si trovano a circa 250/300 metri slm con esposizioni a sud/sud-ovest per Ovello e sud/sud-est per il Pora. Le vigne sono vecchie di oltre 50 anni.

A primo impatto il Barbaresco Ovello 2012 si caratterizza per un ventaglio olfattivo già definito e ben sviluppato, un vino che sin da ora sa regalare grandi emozioni con delle dolci note di confettura di prugna e ciliegia, petali di rosa, scorza di arancia e sbuffi di cipria. In bocca stupisce per finezza ed eleganza con un equilibrio che regala grande piacevolezza di assaggio.

Il Barbaresco Pora 2012 al naso è ancora contratto, si concede, ma fino ad un certo punto; è un vino che promette grandi soddisfazioni in divenire, per i più che sapranno aspettare. In bocca la struttura è ben presente, supportata da freschezza e sapidità con un tannino gustoso e ancora scalpitante.

Prima di congedarci, chiediamo a Max di mostrarci la suggestiva barricaia che si trova a ridosso delle torre medievale. La cantina è ordinata, con le botti più grandi disposte sul lato destro della stanza, mentre le barrique su quello sinistro. Entrando in quel luogo, ho avuto la sensazione di fare un salto nella storia, un tuffo nella tradizione, come varcare un portale per rivivere le persone che hanno contribuito a rendere grande questa meravigliosa azienda famigliare.