BRUMATO 2007 Garofoli

Si presenta con una veste dorata invitante.
Olfatto ricco e complesso.
Si apre con una frutta candita, albicocca, fico 
e scorza d’arancia per poi lasciare spazio ai fiori
gialli e alle spezie, vaniglia bourbon, anice e accenni
di zafferano.
In bocca è pieno, equilibrato, dolce mai stucchevole
grazie alla sua splendida freschezza.
Finale lungo e sapido.

Noi lo abbiamo abbinato semplicemente ad un gorgonzola naturale.

Mongioia: “Essere Moscato” in tutte le sue vesti.

Se volete conoscere il Moscato dimenticate tutto ciò che sapete sul moscato.
Perché esiste un altro modo di intenderlo, un modo che rispetta il vitigno e la terra in cui cresce.
La chimica più spinta in quei terreni sono le gocce di sudore ed ovviamente l’amore, indispensabile per fare stupende pazzie.
Presa una barbatella di Moscato Bianco con piede franco e messa a dimora lì, dove le sfumature
superficiali di quei pendii marnosi vanno dal grigio chiaro quasi bianco al rosso bruno, nella zona
più vocata, dove davvero si senta a casa, dove i profumi si esaltano, curarla ed amarla per 40, 60
anni, sino a 100 e oltre: generazioni di mani e di cuori che ogni giorno se ne occupano.
E mentre cresce spinge le sue radici giù in profondità per portare nei suoi acini sapori e profumi
ancestrali .
All’inizio di quegli anni il capostipite dei Bianco comincia a fare non il vino… ma il suo vino, che ha i profumi ed i sapori che lui già sente e ricerca, prima ancora che essi esistano.
E nulla di quella passione, di quell’esperienza va perduto o rimane nella bottiglia, perché lo
racconta, lo insegna, lo trasmette al figlio ed il figlio ai nipoti, ed ognuno di essi aggiunge in quelle
vigne, in quelle bottiglie nuove idee ed un po’ di pazzia; così nascono inaspettati nuovi profumi e
sapori.
Sino ad arrivare a Riccardo e Maria, a Mongioia, e quella barbatella di ormai quasi 200 anni ora sa
esprimersi in diverse forme, senza mai perdere le peculiarità del vitigno Moscato Bianco.
Non so a voi, ma a me spesso è capitato che visitando cantine di langhe e astigiano, in fondo alla
fila di bottiglie vi fosse spesso un moscato con una bella etichetta e, in modo quasi distratto, mi si
dicesse: “abbiamo anche un ottimo moscato… vuoi assaggiarlo?”.
Di quel moscato mi veniva raccontato davvero poco o nulla, quasi fosse lì per caso; qualcosa in più
da vendere, perfetto per le festività vicine.
Intendiamoci, non sto dicendo che siano tutti così.
Bene, da Mongioia non è così!
Lui, il Moscato è il vino sontuoso e ne ha tutte le qualità, non è lì per caso, ma per cultura, per
amore, per tempo e lavoro, per intuizione e sana follia ed è per tutto ciò che è diventato
Leonhard: secco, sapido, fresco, equilibrato con un finale distinto e pulito.
Ma è anche un sorprendente metodo classico brut nature, Meramente. Le uve sono raccolte in
piena maturazione per portare in bottiglia i profumi e i sapori del vitigno; ci sentirete la menta e il
basilico. Dicono sia eccezionale in abbinamento con le ostriche.
Nonostante la difficoltà nel vinificare in questo modo un vitigno aromatico con lieviti indigeni,
senza zuccheri aggiunti né mosto concentrato, è sorprendente l’eleganza e la finezza di questo
spumante, prodotto unico.
Non temete, da Mongioia il moscato bianco non ha perso la sua dolcezza, ma gli hanno insegnato
a migliorarla con l’invecchiamento.
Credete è sorprendente, qui è nato il moscato invecchiato!
Come in pochi vini dolci, nel Moscato Belb, ottenuto dai vitigni più giovani, troviamo uno
splendido equilibrio tra dolcezza e freschezza che lo rende piacevole al palato e non stucchevole.
Se vi piace azzardare e stupire con gli abbinamenti questo è il vino giusto.
Ma azzardare e stupire, o meglio evolvere, è anche la filosofia di Mongioia: perché si fa
diradamento in vigna e si valorizzano i singoli cru come per i grandi rossi, per la decisa virata verso il biodinamico, per la totale eliminazione del rame in vigna e perchè nei nuovi impianti si
sperimenta, mettendo a dimora barbatelle a piede franco.
Se avrete la mia stessa fortuna di andare in vigna con Riccardo capirete la differenza.
Ma lo stupore di cui vi sto parlando è nel Crivella 2003, oro dal profumo complesso ed elegante
che, come un bravo equilibrista, è sempre in bilico, ma in perfetto equilibrio: ad alcuni ricorda il
Sauternes e suggerisce l’abbinamento con il foie gras.

Servono due viti, di quelle ultra centenarie, per ogni bottiglia e quando lo bevi le trovi tutte.
C’è ancora il Cané, ma questa bottiglia è più da scuola di magia tipo Hogwarts, trasferita in
frazione Valdivilla con Marco, padre di Riccardo, nei panni di Harry Potter, ed ora è proprio
Riccardo a rifare la stessa magia.
Il tempo sembra non scalfire la freschezza del Crivella e del Canè, sia nei profumi che al palato,
tanto da sembrare presuntuosi nello dare un limite alla loro potenzialità di invecchiamento.
Ringrazio di cuore Riccardo e Maria, Mongioia, che con i loro vini sono riusciti a farmi vedere ciò
che avevo sotto gli occhi e non avevo mai visto, a stupirmi con ciò io che davo per scontato.
Che la dolcezza se è nel cuore, nel vino come nella vita col tempo migliora.
Concluderei parafrasando Vicki Baum: Ci sono delle scorciatoie per la felicità, Mongioia è una di
queste.

Mongioia Moscato Meramente Belb Leonhard Crivella Canè

Giornata in Langa da Giacomo Fenocchio

E’ una giornata di Settembre, tiepida, leggermente ventosa, il cielo è un po’ coperto e gli spiragli di sole rendono più vivi i colori del paesaggio langarolo che, provato da questa lunga estate calda, mi regala sempre un gran senso di pace.

Siamo ospiti dell’azienda Giacomo Fenocchio in località Bussia Zanassi: la frazione è nel territorio del comune di Monforte d’Alba, anche se in linea d’aria ci troviamo più vicini a Barolo.

La cantina dell’azienda e la casa della famiglia Fenocchio sono adiacenti, all’interno della sottozona Bussia, una delle menzioni geografiche aggiuntive più estese e storiche di Barolo che, partendo dal comune di Monforte, si incunea a Nord verso il comune di Castiglione Falletto.

L’ampio terrazzo di casa Fenocchio si affaccia su uno stupendo anfiteatro naturale quasi interamente coltivato a nebbiolo: una volta di più ho la conferma che spesso i grandi vini si fanno in luoghi di incredibile bellezza, dove uomo e natura trovano un equilibrio duraturo.

Ci ospita Nicoletta, moglie di Claudio, molto loquace e simpatica ci racconta senza sosta delle vigne, dei terreni e del lavoro in cantina mentre i vini, quelli, si raccontano da sé.

I vini rossi d’entrata sono il Dolcetto e la Freisa, ma la nostra degustazione inizia dal Nebbiolo e dalla Barbera d’Alba che ci danno subito una chiaro esempio dello stile del produttore, alla ricerca di vini puliti e territoriali.

La Barbera presenta un ottimo equilibrio tra morbidezze ed acidità risultato di prove ed esperienza; secondo Nicoletta infatti la peculiarità di questo vitigno non deve essere troppo sacrificata, per questo la scelta di usare poco legno. È un Barbera che molti amano definire “nebbioleggiante”, forse perché condivide con il Nebbiolo base gli stessi terreni e la stessa metodologia di vinificazione e di invecchiamento: fermentazione in acciaio con 10 giorni di macerazione, riposo in acciaio per i primi 6 mesi ed i successivi 6 in botti grandi di rovere.

Le versioni di Barolo prodotte dall’azienda sono quelle corrispondenti alle quattro MGA in cui possiede le vigne: la maggior produzione è in Bussia dove, da cinque ettari di vigna, si producono annualmente all’incirca 25000 bottiglie, poi vengono il Villero e il Castellero di un ettaro ciascuna, con qualche migliaio di bottiglie prodotte, ed infine il Cannubi che con solo mezzo ettaro di proprietà costituisce l’appezzamento più piccolo dell’azienda per una produzione di circa 3000 bottiglie.

La viticoltura è convenzionale e il barolo è assolutamente classico nei modi di vinificazione e invecchiamento che sono gli stessi per tutte e 4 le etichette: fermentazione con lieviti indigeni ad una temperatura controllata mai superiore ai 31 gradi, 40 giorni di macerazione in acciaio, per la massima estrazione, e dopo un primo riposo di 6 mesi in acciaio l’invecchiamento continua per 30 mesi in botti grandi di Slavonia e qualche tonneau.

Si tratta di una vitivinicoltura senza particolari segreti, dove gli elementi fondanti sono il vitigno, il territorio e l’esperienza nella coltivazione e vinificazione del Nebbiolo tramandata dalle precedenti generazioni: questa caratteristica la si riscontra in tutti i grandi produttori di Barolo.

Assaggiamo l’annata attualmente in commercio, la 2013: tutti i Barolo sono molto puliti ed espressivi e si distinguono tra di loro per sfumature da attribuire a fattori naturali quali la composizione dei terreni, l’esposizione e l’età delle vigne. Per esempio il Villero e il Bussia, si trovano in terreni di origine elveziana con le stesse altimetrie ed esposizioni, ma si distinguono per il fatto che le vigne del Villero sono più vecchie (circa 65 anni) ed hanno una resa minore, donando al vino un colore rubino intenso ed al naso note fruttate di prugna, mentre il Bussia vira su sfumature granate e profumi di rosa e liquirizia. Il Barolo Cannubi e Castellero, entrambi da terreni tortoniani geologicamente affini, si presentano eleganti ed intensi nei profumi, con tannini più smussati.

E’ sempre più difficile per noi semplici appassionati assaggiare vecchie annate di Barolo che il mercato, sempre più globale ed esigente, richiede e consuma in brevissimo tempo; Nicoletta ci racconta che dopo la crisi del 2008 sono cresciute moltissimo le esportazioni verso gli Stati Uniti, oggi primo importatore, e si sono rafforzati anche i legami commerciali verso paesi europei come Svizzera, Germania e i paesi Scandinavi: oggi circa l’80% del Barolo prodotto è esportato all’estero.

Concludo menzionando il Barolo riserva Bussia 90 dì del 2011, che come da disciplinare fa un anno in più di botte grande e uno in più di sosta di bottiglia. E’ il top della produzione di Fenocchio e certamente quello che più ci ha più emozionato. Al naso è più intenso e caleidoscopico della versione non riserva, con profumi floreali, di sottobosco,  tartufo e torrefazione ed effluvi balsamici. Il tannino è ben presente, assolutamente equilibrato e piacevole, dovuto certamente allo stile di vinificazione, che prevede una lunghissima macerazione sulle bucce di ben 90 giorni, usanza che è stata ripresa dalla tradizione. Al gusto è pieno, armonioso, perfetto nello sviluppo e con una persistenza lunghissima.

 

Vino Barolo Bussia Fenocchio

Appuntamenti con l’arte. Seconda puntata: Marc Chagall – La passeggiata

Dipinto nel 1917-1918 risente dell’influenza cubista con cui Chagall viene a contatto durante i suoi anni trascorsi a Parigi. La scena ritrae lo stesso Chagall insieme alla moglie, Bella, in un momento di estrema felicità: un picnic in prossimità della loro città natale, Vitebsk. In questa opera possiamo ritrovare tutta la spensieratezza e l’allegria che accompagnano il maestro bielorusso e la sua compagna. Una bottiglia di vino è posta al centro della coloratissima tovaglia imbandita sul prato verde brillante. La felicità pervade tutto il dipinto, come si può notare dal sorriso sui loro visi; i due innamorati si tengono per mano e Chagall sembra trascinato verso il cielo, sollevato dall’amore che lo lega alla donna (e dall’ebrezza del vino?). In punta di piedi pare spiccare il volo, raggiungendo Bella sospesa nel cielo: il loro amore trascende le leggi della natura, irrazionale e soprannaturale.

Arte Vino Marc Chagall - Château Mouton Rothschild 1970Sull’etichetta delle bottiglie di Château Mouton Rothschild del 1970 ritroviamo un’opera dipinta appositamente da Marc Chagall: un usignolo che mangia il frutto di una vite color porpora ed un grappolo d’uva che la madre dona al proprio figlio.

Paradiso Vallee: ristorazione, storia e Maison (Anselmet!)

Avete presente quei luoghi che se non vivi non “vedi”? È come un dibattito, tutto mentale, tra cervello e occhio. Ci si imbatte in un nuovo alfabeto che tocca imparare al primo sguardo se si vuole comprenderlo senza contaminazioni. Cogne, la capitale del Parco Nazionale del Gran Paradiso, è un paradiso. Un paradiso per davvero! E per raggiungerlo, un sentiero “infinito”, leggermente tortuoso, ti accompagna fino alla sua immensa vallata, un cucchiaio verde circondato dalle alpi, dai ruscelli, dai cristalli di neve (in inverno), dalla rugiada e da una brezza calda e accogliente, in estate. E a percorrere le curve persino l’asfalto sembra morbido, un tappeto magico che non finisce mai. Ed ad un tratto, le montagne “si aprono” per svelare un borgo da fiaba, silenziosamente assordante, in cui rifugiarsi per sentire tutti i suoni della natura e rimanere come in acquario vivente, incantati. Un’immagine naturalmente surrealistica, una suggestione che può far tombe en amour anche gli intolleranti e allergici alle montagne. Camminare nel prato di Sant’Orso (una delle “Meraviglie d’Italia”) è come andare nel giardino di Monet a Giverny, e scoprire il “segreto” custodito dagli abitanti di Cogne (1400) da 92 anni, l’Hotel Bellevue: un maestro dell’ospitalità.

Fondato prontamente nel 1925, a soli tre anni dall’istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso, da antica riserva di caccia della famiglia reale si è trasformata nell’unica location affacciata ai ghiacciai, fedele alle tradizioni ed al progetto originario, nonostante le molteplici ristrutturazioni avvenute nel tempo. Un gioiello che racconta della “Signora” del Bellevue: Maria Romilda Albert. A questa figura dal fascino e carisma maestosi, si deve la presenza di questo tempio della montagna. Ancora oggi tutto è gestito a livello familiare con incursioni innovative e di design ben integrati nel calore del legno e della pietra. Laura e Mimmo offrono un’ospitalità sensoriale per viaggiatori gourmet, supportati da una settantina di collaboratori: l’ingrediente umano che conferma i prestigiosi riconoscimenti ottenuti nel tempo: l’inserimento tra i Locali Storici d’Italia e i Relais & Châteaux, la stella Michelin (nel 2003), lo SPA Trofy (migliore SPA dei Relais & Châteaux nel 2006) seguiti nel 2013 dal prestigioso Prix Villégiature Awards di Parigi come migliore SPA d’albergo d’Europa. E a queste esperienze di relax si aggiungono fenomenali carte dei formaggi e dei vini curate rispettivamente dal talentuoso Maître Fromager Roberto e dall’enciclopedico Sommelier Rino Billa.

L’ultimo tocco che rende tutto ancora più strabiliante è la suite “Il nido degli angeli”: un cubo di vetro che diventa una lente a 180° affacciata al Gran Paradiso con arredi romantici (letto a baldacchino) e moderni (caminetto ad acqua e una vasca da bagno con uscita a sbalzo). 

Da qui si comprende la scelta del “set Bellevue” per girare il Gourmet Festival Relais&Châteaux 2017 con due grandi Chef in scena: Fabio Iacovone (di casa Bellevue) e Giampiero Vento del Truffle Bistrot (Relais San Maurizio di Santo Stefano Belbo) accompagnati da altri due grandi attori del settore vitivinicolo: Maison Anselmet e Travaglini. La trama è la fusion tra Vallée e Piemonte in un menu a quattro mani studiato ed integrato per stupire con certezze territoriali e slanci estetici. Si inizia con un gambero mazarese, fois gras, ristretto di marsala e nocciole abbinato al Valle d’Aosta Petite Arvine 2014 (Maison Anselmet) per proseguire con un tortello di scorfano in salsa carrettiera e un lombetto d’agnello con castagno e cavolo rosso abbinato ai Gattinara Tre Vigne e Riserva 2011, rispettivamente. E nel gran finale ci si tuffa in un’acqua di pomodoro, sorbetto alla mandorla pizzetta e terra di cioccolato salato e in una mela valdostana presentati con una versione di Valle d’Aosta da uve stramature (assemblaggio: 50% Pinot Gris, 30% Chambave Muscat, 20% Gewurztraminer) chiamato Arline. E quest’ultima crema dolce di Anselmet è solo una delle numerose etichette in commercio.

Le prime tracce di questa famiglia risalgono al 1585, l’anno in cui si registra, in un primo atto notarile, l’acquisto di un terreno coltivato a vite. E sarà solo in tempi più recenti, con Renato Anselmet, che la cantina prenderà forma e inizierà l’opera di “decoro” delle colline della cintura di Aosta. Un percorso, il suo, e si fa per dire, “quasi obbligato”, iniziato nel 1978 dopo la prima fortunata e vincente produzione di settanta bottiglie presentate alla Festa dell’Uva di Aosta. La lunga esperienza come direttore del personale e il suo carattere caldo ed accomodante, sono le caratteristiche che lo trasformano, come in una “follia divertente”, in una sorta di faro, un perno per i produttori della zona: da neo produttore a Presidente dell’Associazione dei Vigneron.

La sua geniale classis impone l’appartenenza a unico progetto, un coinvolgimento. E allora Renato costituisce una commissione di degustazione e di controllo composta da palati francesi e svizzeri, per cogliere ogni sfaccettatura sull’andamento delle annate e sulla scelta dei trattamenti per definire una strategia intelligente e comune. Ed è durante questo cammino e con i primi guadagni, che la sua voglia di immergersi in toto nell’agricoltura aumenta. E da qui, gli investimenti in terreni, attrezzature ed ammodernamento della relativa cantina sono stati naturalmente consequenziali. Ma mancava ancora qualcosa: una sfida! Nel 2010 Renato acquista in una collina particolare un appezzamento “provato” da un’alluvione e dal collasso del 50% degli essenziali muretti in pietra (approvati peraltro nell’ultimo PSR 2017). Lo stop arriva al momento della richiesta della DOC, perché non si copre il 70% di superficie con il Petit Rouge. Ma la delusione di dover rinunciare alla denominazione è presto confortata dal ritrovamento in un antico documento del 1935 in cui si cita Saint-Pierre come zona tra le più vocate per la produzione del vino. Oggi l’IGT che nasce in questo tassello è l’etichetta più prestigiosa del “Puzzle Anselmet”. Il Prisonnier viene venduto in tutto il mondo e nasce seguendo un metodo tradizionale: pressatura “per mano” dei piedi seguita da una macerazione pre-fermentativa a freddo e due anni di barrique. E a fare una rapida analisi SWOT l’intuizione di credere in questa vigna e mantenerla al naturale fanno di Renato un precursore della sinergia tra agricoltura ed economia del settore dell’eno-turismo alimentata dall’entusiasmo del figlio Giorgio, arrivato nel 2001. Inizia ad operare attivamente dopo un bel banco di prova alla Cave des Onze Communes ed un lungo e profondo percorso di studi presso il prestigioso Institut Agricole, seguito da uno stage di perfezionamento in Borgogna, per sfogare tutta la sua creatività e sensibilità avendo a disposizione ben 64 appezzamenti di dimensioni variabili, da un migliaio di ettari a quattro, e trasformarli in 100.000 bottiglie circa annue. I suoi desideri sono piccole grandi rivoluzioni che influenzano tutta l’azienda e la famiglia. Le idee sono un’avanguardia intuitiva fatta di sogni che possono apparire, a un occhio distratto, non reali e senza direzione, ma, in realtà, di più immediata concretezza e attuabilità di quel che sembra…Giorgio decide di aumentare le superfici vitate per impiantare nuove cultivar per creare un’alternativa con una funzione radicata ai propri gusti ed alle tradizioni della regione. E il tutto è propositivo per una manifesto nuovo per l’intera Valle d’Aosta. Dal Petite Arvine, alla Syrah, al Riesling, allo Chardonnay e ancora il Fumin, il Petit Rouge, il Merlot e il Pinot Noir. Evviva il rovere e il mito della Borgogna, per Giorgio…due evasioni curiose che lo aiutano a rifinire il suo stile: creativo e metodico. Per quasi tutte le referenze le uve, una volta arrivate in cantina dopo le fermentazioni a temperature perfettamente controllate, in vasche acciaio, passano in barrique. E queste, si ammirano dalla vetrata dell’ufficio (sul soppalco!) collegato alle stanze di affinamento e di degustazione (al piano terra) dove si ultima la visita e si passa all’assaggio del lavoro di Giorgio&Co.

Chardonnay 2016: sentori di polvere di finocchio ed erba tagliata si uniscono ad un succo denso di albicocca. Si concentrano, per formare un volume ampio e di gradevole acidità, a ricordare piacevoli fiori di camomilla nel fin di bocca.

Petite Arvine 2016: grano, cereali e acacia son fusi in una cialda di Cedro dell’Atlante. Cremoso, quasi burroso, si spalma con freschezza e dinamismo. Chiude armonico e in grande equilibrio.

Syrah 2015: il naso schietto, di rosa canina e mirtillo nero, enfatizza elegantemente le note dolci di vaniglia e cenere. Il sorso, ampissimo e polposo, si allunga con freschezza a spargere coriandoli di spezie.

Prisonnier 2015: prodotto con un massimo di due grappoli per pianta, i profumi richiamano la radice di liquirizia, il lampone ed il muschio di montagna. Soffice e armonico, il palato è prima colpito, poi avvolto da punte vegetali e succose. La tessitura ricorda una maglia di cachemire di materia delicata e sottile, che chiude con un aroma di sambuco e lichene.

*In Italia i vini sono distribuiti da Sagna S.p.A

 

Al Gin Day di Milano con Bruno Vanzan

Sento la sveglia ruggire, guardo il telefono e vedo “domenica 10 settembre”; mi alzo con un balzo, stile servizio militare, poi inizia la ricerca del caffè. Mi preparo. Oggi sarà una lunga giornata. Victor Vicquery dell’AIBES Valle d’Aosta ha organizzato la trasferta al Gin Day di Milano; non potevo mancare. Le mie conoscenze in questo campo sono “amatoriali”: è quindi l’occasione giusta per capire, perché il Gin è così di moda.

Alle 13:00 siamo in via Giacomo Watt 15 a Milano. Strappato il biglietto d’ingresso (10€), entriamo ed iniziamo un primo tour tra gli stand. La fiera è separata in due parti: I Gin italiani e i Gin Esteri.

Durante la fase di ricognizione abbiamo la fortuna di conoscere Marco Bertoncini e Giacomo P. Camerano. Iniziamo la conversazione e capiamo subito che abbiamo davanti due esperti, in seguito scopriremo che curano il sito “ilgin.it”.

Ci parlano della storia del Gin e della stampa di William Hogarth del 1751 intitolata “Beer Street and Gin Lane”. Lascio agli interessanti l’approfondimento dell’aspetto storico, molto affascinate, ma troppo articolato in questa sede. Poi arriva il momento di congedarci, li salutiamo, ma conserviamo gelosamente i loro consigli sui gin d’assaggiare.

Iniziamo la degustazione negli stand che offrono prodotti nazionali:

  • Z44 Gin : nasce nelle Distillerie Roner di Termano in provincia di Bolzano. È aromatizzato con diverse botaniche, ma sono le pigne del Pino Cembro che dominano il distillato. Il risultato è un Gin mentolato e fresco, ideale nel periodo estivo.
  • Solo Wild Gin : la tappa successiva è l’azienda Pure Sardinia che realizza questo Gin con una sola botanica: le bacche di ginepro. Ha un sapore verticale – paragonabile ad uno spumante di Pinot Nero in purezza – con un retrogusto di macchia mediterranea. La scritta “Wild” in etichetta non è stata data a caso.
  • Gin Marconi 46 : la Poli Distillerie, azienda veneta che include nelle botaniche classiche l’uva moscato. In bocca è rotondo e delicato, un prodotto che strizza l’occhio al mondo femminile.

Arriviamo ai Gin esteri e il rappresentante della Bombay ci presenta tutta la loro gamma:

  • Bombay London Dry Gin : entry level dell’azienda
    Bombay Sapphire : successo mondiale negli anni 80, fiore all’occhiello dell’azienda.
    Bombay Sapphire East : è una rivisitazione del Bombay Sapphire, ma con l’aggiunta di 2 botaniche: il pepe thailandese e il lemongrass (citronella)
    Star of Bombay : è stato creato nel 2015 con 47,5% di alcool. Per una valutazione oggettiva consiglio di allungarlo con acqua o una tonica!
  • Silent Pool : è prodotto nella contea di Surrey, a 100 km da Londra. È composto da 24 botaniche, il risultato è sorprendente, è un gin ricercato. Si presenta molto floreale e delicato, con una punta di camomilla.
  • Monkey 47 : arriva dalla Germania, il numero 47 si riferisce alle botaniche utilizzate per aromatizzarlo. La sua peculiarità è che viene usato alcool di melassa (usando la canna da zucchero) e non l’alcool di cereali come negli altri gin. Il risultato è complesso, qui ci vuole tempo per apprezzare le sfumature. Un gin da meditazione.
  • Thomas Darkin Gin : creato dal master distiller Joanne Moore, è pura seta. Sembra la condensazione della “part des anges”!
  • Hendrick’s : al loro stand ti accoglie un’hostess che prende i tuoi dati e ti fa accomodare in un salotto, ti trattano come se stessi volando con la loro compagnia aerea. Ti propongono 4 cocktails con il loro Gin. Poi ti ritrovi a 10.000 metri di quota, e chiedi allo stewart a che ora è previsto l’atterraggio.

La nostra esperienza milanese volge al termine, ma qui le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Vediamo in lontananza Bruno Vanzan che sale sul palco per raccontare la genesi del “Sushi Martini” premiato a Tokyo come miglior cocktail al mondo 2016. Seduti in platea veniamo investiti dall’energia di questo ragazzo classe 1986. Sono 50 minuti di fuoco, dove ripercorre le fasi della sua vita, ricorda le prime gare per bartender, spiega dove nasce l’idea di un cocktail vincente…

Poi prepara il Sushi Martini per tutta la sala ed esclama:

“quello che dico ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere è che le gare sono importanti, è fondamentale trovare gli ingredienti giusti per impressionare i giudici di gara, ma alla fine quando si LAVORA e devi preparare un aperitivo per un congresso con 1000 persone, le mani le devi MUOVERE!”

E qui scatta la “standing ovation”, per un evento organizzato benissimo che ti fa prendere coscienza che dietro questo liquido trasparente c’è un lavoro immenso.