Bianchetta genovese in purezza

La Bianchetta genovese è un vitigno autoctono ligure a bacca bianca, prodotto nel Genovesato e in particolare nella Val Polcevera, ma lo possiamo trovare anche nel Carrarese.

Registrato tra le varietà autorizzate dalla Regione Liguria dal 1970, prodotto in purezza, fa parte della DOC Golfo del Tigullio Portofino, sottozona Costa dei Fieschi. La Bianchetta genovese fa, però, parte di molte denominazioni liguri, tra le quali Colli di Luni, Colli di Levante, il Val Polcevera. Chiamato semplicemente Bianchetta nel Cinque Terre, lo possiamo trovare anche nello Sciacchetrà. Studi ampelografici hanno dimostrato che la Bianchetta genovese presenta molti tratti di DNA in comune con l’Albarola, tanto da poter essere considerata la stessa uva.

Il nome è da ricondurre al colore molto chiaro degli acini in maturazione, così chiari da essere quasi trasparenti; altri nomi sono “Nostralino”, nella tradizione un vino bianco semplice, attualmente prodotto in assemblaggio insieme al Vermentino, oppure “Gianchetta” ossia Bianchetta in dialetto genovese.

Vitigno dal nerbo tenace, predilige terreni costituiti da rocce friabili (come il tarso), una buona esposizione e ventilazione; grazie alla resistenza al freddo e quindi a una maturazione più tardiva, la Bianchetta genovese risulta essere particolarmente adatta al clima delle vallate liguri. Presenta grappoli compatti, conici, con acini piccoli dalla buccia sottile.

Veniva coltivato già da tempi molto antichi in Toscana, ma alcuni storici farebbero risalire le sue origini in Veneto, dove veniva utilizzato per ammorbidire il prosecco delle annate più fredde. Venne descritta per la prima volta da Gallesio agli inizi dell’Ottocento, sostenendo un legame di parentela tra l’Albarola delle Cinque Terre e la Bianchetta genovese, tesi confermata solo nel 1993 da Schneider. Venne citata anche da Gerolamo Guidoni, geologo e naturalista, corrispondente ligure di Giuseppe Acerbi (autore di importanti opere di viticoltura ed enologia nell’Ottocento), e chiamata “Albarola trebbiana”. In passato, vista la sua ampia diffusione e coltivazione parcellare, veniva utilizzato in assemblaggio con altri uvaggi locali. E’ stato Pierluigi Lugano, dell’azienda Bisson, a rilanciare la produzione di vini liguri locali in purezza, smussando quegli angoli troppo vivi dei vini autoctoni liguri.

A caratterizzare la Bianchetta sono un colore giallo paglierino tenue, dai riflessi vivaci, dall’olfazione fine e delicata, con sentori di biancospino, nespola e mela verde; fresco e sapido, un corpo non molto strutturato, ma di piacevole beva.

A oggi sono pochi i produttori di Bianchetta genovese in purezza, tutti localizzati nella zona di Chiavari e Sestri Levante, tra i più importanti ricordiamo l’Azienda vitivinicola Bisson, l’Azienda agricola PinoGino, le Cantine Bregante. Siamo però andati a trovare un giovane produttore che si sta facendo conoscere nell’ambiente vitivinicolo del Levante ligure per vini e prodotti di qualità. Si tratta della Società Agricola Casa del Diavolo a Castiglione Chiavarese, in località Montà: a gestirla è Valerio Sala, un ragazzo di 33 anni originario della Brianza. Giunti a Castiglione Chiavarese, una piccola strada immersa nella vegetazione ci porta al fondo della Val Petronio, dove scorre l’omonimo fiume. Le vigne sono disposte a Sud-Ovest, come a tappezzare un emiciclo, sfruttando la migliore esposizione, a 270 metri slm. Nel 2010 ha deciso di abbandonare l’attività famigliare e di rilevare l’azienda vitivinicola esordendo sul mercato con il raccolto del 2014: “conoscevo già il territorio, venivo in vacanza a Moneglia da circa 15 anni; non volevo passare tutta la mia vita in un capannone e così, in accordo con i miei genitori, decisi di rilevare l’azienda Casa del Diavolo”. Ci racconta che ha passato il primo anno di addestramento, imparando i trucchi del mestiere dal precedente proprietario, seguendone consigli e cercando di carpirne i segreti. Ha deciso di mantenere il nome della precedente azienda: “in paese si racconta che la casa del diavolo fosse un capanno a fondo valle, costruito da un signorotto locale per rinchiudervi la figlia, oggetto di insistenti attenzioni”. Lentamente ha acquisito altri terreni, raggiungendo l’ettaro di superficie vitata: la produzione è complessivamente di 5.000 bottiglie, prevalentemente Bianchetta genovese (50%), ma anche Ciliegiolo e Dolcetto. Da qualche anno è presidente della Coldiretti di Genova e obiettivo del suo mandato è quello di rafforzare e unire le piccole realtà agricole e vitivinicole del genovese. La chiacchierata con Valerio Sala è piacevolmente accompagnata dalla compagnia del suo cane e dal chiocciare delle galline nel pollaio; parallelamente alla produzione vitivinicola si snoda tutta l’attività dell’azienda, costituita da allevamento e coltivazione di ulivi ed ortaggi.

Produce una Bianchetta che lui stesso definisce come “particolare”, lasciando il mosto a contatto con le bucce e successivamente in acciaio per il completamento della fermentazione. Ci racconta le difficoltà che incontra la Bianchetta nel ritagliarsi un piccolo spazio nel panorama ligure, sgomitando tra le decisamente più ampie produzioni di Vermentino: “povera la mia Bianchetta, soppiantata dal Vermentino!”. Ci accomodiamo al tavolo e in mano i calici ci prepariamo a degustare due annate consecutive di Bianchetta genovese:

  • 2015, 13% alc: dal colore giallo paglierino, di una spiccata lucentezza; al naso si avvertono note erbacee, fiori di limoni e sambuco, uno spunto di riduzione a rapida dissoluzione. In bocca ci appare freschissimo e sapido, stimola una piacevole salivazione che ci invoglia a portare nuovamente alla bocca il bicchiere. Intenso, persistente e di qualità fine, ci appare giovane, ma ai limiti del pronto.
  • 2014, 12,5% alc: viste le premesse derivanti dall’assaggio del 2015, siamo impazienti di degustarlo e le nostre aspettative non vengono tradite. Nel bicchiere si presenta vestito di una elegante livrea gialla paglierina, con riflessi dorati, cristallino. Al naso prevalgono sentori terziari che richiamano gli idrocarburi e lo smalto, fruttati (mela e nespola), floreali. Un anno in più in bottiglia conferisce una maggiore complessità, equilibrando maggiormente le durezze con un’aggraziata morbidezza. Anch’esso intenso e persistente di qualità fine; pronto, a tutto pasto.

Due vini “differenti”, da bere nell’arco di un massimo di due anni, con un terroir che si esprime con una piacevole freschezza ed una sapidità non così incisiva ed invadente. Il primo più leggero e adatto a un aperitivo, accompagnando una chiacchierata, magari proprio ad un piatto di bianchetti. Il secondo più complesso ed equilibrato, si accompagna bene a pesci più grassi oppure alla torta pasqualina genovese, esaltandone profumi e aromi vegetali. Siamo impazienti di assaggiare il 2016.

In etichetta compare una mela rossa che ci ricorda un po’ il frutto proibito di antiche scritture; il frutto del lavoro di un ragazzo che ha deciso di mettersi in gioco, a contatto con la natura, cercando di valorizzare il territorio che lo ha adottato.

Il Mosnel: l’eleganza della bollicina

Ci sono alcune cose che sembra giusto dare per scontate, che sono belle a priori perché ci donano una sensazione che abbiamo imparato a riconoscere.

Ma se vogliamo prenderci il piacere di approfondire, lo sforzo dell’analisi verrà sicuramente ricambiato da una consapevolezza più profonda data da una relazione più intima, tale da passare dall’estetica oggettiva del “è bello perché è bello”, all’estetica soggettiva del “è bello perché ne ho scoperto l’anima e so perché mi piace”.

La Franciacorta con il suo Metodo Classico può rientrare bene in questa categoria: “è buono perché è buono”. La passione e la dedizione dei produttori di quelle zone rendono questi spumanti i più blasonati d’Italia e lo sono a ragione. Se si ha la voglia di approfondire, si scopre che ci sono delle enclavi che rendono questi posti speciali, se è possibile, ancora più speciali.

Il Mosnel è una realtà che dal 1836 è di proprietà della famiglia Barboglio e deve molto all’illuminazione di Emanuela Barboglio Barzanò e al suo grande lavoro di innovazione fatto alla fine degli anni ’60. Ora l’Azienda è guidata dal ramo Barzanò della famiglia e, in particolare, dai figli di Emanuela, i quali continuano a portare avanti quella tradizione di innovazione che caratterizza l’Azienda. Azienda che sorge sopra una pietraia, da cui il nome “Mosnel”: toponimo dialettale di origine celtica che significa, appunto, pietraia, cumulo di sassi.

Lo spumante fa subito festa e, per una festa, abbiamo scelto di proporre i loro vini, di grandissimo riscontro.

Brut: Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero. 24 mesi sui lieviti per il loro vino “d’entrata”, lieviti che riescono già a restituire eleganza e piacevolezza di beva. Bel colore paglierino con una lucentezza dorata intrigante. Al naso fragrante, sentori di agrumi, biancospino, sambuco, frutta gialla. Il perlage fine con bollicine numerose che si vedono nel bicchiere, in bocca restituisce una bella cremositá e la grande freschezza rende piacevole ogni sorso.

Satén 2012: Chardonnay e 30 mesi sui lieviti. Il colore é più intenso verso l’oro e il perlage così fine che sembra impercettibile. I sentori virano verso la brioche: è la fragranza del burro in pasticceria. Frutta gialla con la pesca e agrumi che virano verso il bergamotto, ma anche spezie come anice e fiori come il gelsomino. In bocca è piacevolmente setoso e minerale, di bella morbidezza e, soprattutto, freschezza. Il millesimo si fa sentire sull’equilibrio del vino e, vista l’annata difficile, si percepisce la cura con cui questo vino è stato seguito nelle sue fasi.

EBB 2012: Chardonnay e 36 mesi sui lieviti. La particolarità di questo vino é l’affinamento di metà del vin clair in barrique. Il passaggio in botte piccola e i mesi di affinamento esaltano il colore e la complessità di questo vino: fragranza di pasticceria e note tostate, agrumi freschi come pompelmo, kumquat e spezie più accentuate di pepe, anice e cardamomo. Le bollicine, fini e tumultuose, restituiscono una grande esplosione di gusto in bocca e le sensazioni retro nasali di mineralitá e il basso contenuto di zucchero ne esaltano la struttura e la freschezza. Un gran vino dedicato a Emanuela Barboglio Barzanò.

La degustazione della serata è finita, ma l’Azienda propone anche un Pas Dosé di bella espressione, un Rosé di Pinot nero di complessità interessante e il loro primo vino biologico, il Brut Nature, che stupisce e fa ben sperare nel successo della conversione in biologico dell’Azienda; tutti assaggiati in altri occasioni.

Tra i millesimati consigliamo il Pas Rosé 2011. Un vino di grande eleganza e potenza, complesso e di una freschezza impareggiabile, frutto di un’annata tra le migliori in Franciacorta.

Manca solo la loro riserva, non ancora assaggiata e per la qual mancanza bisogna provvedere al più presto.

Queste esperienze, unite alla voglia di scoprire, cosa che deve necessariamente caratterizzare chi ha l’ambizione di raccontare il vino, lasciano l’animo più pieno e aumentano il bagaglio esperienzale che ci portiamo dietro. Aumentano la conoscenza e fanno crescere la consapevolezza del grande tesoro che abbiamo intorno a noi.

Dopo questa esperienza so che l’Azienda Mosnel mi piace perché i vini che fanno hanno un equilibrio strepitoso che ti spinge a continuare a berli. Hanno un’eleganza di quelle naturali e genuine, che non urlano, ma sussurrano parole chiare e decise. Lo si percepisce già dall’etichetta sobria e fascinosa al tempo stesso. So che l’attenzione ai dettagli è una qualità che solo chi ama i propri prodotti assicura al cliente finale, chiunque egli sia, attenzione che viene fuori già nei loro vini “di entrata” e che è la stessa che si percepisce in quelli di fascia più alta. So che il Metodo Classico italiano ha delle eccellenze che non devono competere contro i grandi Champagne, ma che devono essere visti come un’espressione territoriale e che tra queste Mosnel è un’Azienda di prestigio perché sono i loro vini a donare questo prestigio. Provare per credere!

Alla scoperta dello Scimiscià (Simixà, Cimixà, Çimixâ)

Sembra uno scioglilingua, ma lo Scimiscià è un vitigno autoctono del genovesato, a bacca bianca, presente prevalentemente nella Val Fontanabuona, registrato tra le varietà raccomandate ed autorizzate dalla Regione Liguria nel 2003. Inizialmente vino da tavola, successivamente IGT ed infine Golfo del Tigullio Portofino DOC.

Il nome è di origine dialettale e significa “cimiciato”, puntinato, come dal segno lasciato dalle cimici quando incidono la frutta. Vinificato in purezza, di resa molto bassa e con acini zuccherini, ne sono prodotte varianti secche ed interessanti passiti.

La sua storia è antica: coltivato nell’entroterra chiavarese da almeno quattro secoli, le prime testimonianze scritte risalgono solo a metà dell’Ottocento. Lo storico Arata ne descriveva la coltivazione tra le colline del Chiavarese chiamandolo “Cimiciato” e un proprietario terriero, C. Garibaldi lo descriveva con queste parole: “e non ti scordar il Cimixiaro che (l’uva) la fan migliore”. Per molti anni è stato poco considerato, è un vitigno non molto produttivo, ma migliorativo per altri vini locali.

Da allora se ne sono perse le tracce fino ai primi anni Novanta, quando fu indetto un progetto di recupero. Grazie all’aiuto di Marco Bacigalupo, chiamato in paese “u pastisé” (il pasticcere) per anni portabandiera dello Scimiscià, la cooperativa Agricola San Colombano per mezzo dell’agronoma Silvia Dellepiane, e il dottor L. Corino, decisero di rilanciare e far conoscere al mondo dell’enologia questo antico vitigno (in collaborazione con l’istituto agricolo della Valle d’Aosta che eseguì delle microvinificazioni).

A seguito di studi, sperimentazioni e duro lavoro in vigna, nel 2003 è stato possibile iscrivere la Scimiscià (o Simixà) al Registro nazionale dei vitigni. Da allora il vitigno ha subito un progressivo percorso di crescita, sostenuto anche dalla Provincia di Genova, per mano di alcuni viticoltori locali, tra i quali la cooperativa agricola San Colombano, gli agriturismi u Cantin e Valle Chiappella e l’azienda agricola Nervo di Coreglia Ligure. Negli anni ’70 Veronelli scriveva “è un vitigno storico in pieno rilancio, pare dia risultati eccellenti”. Fin dalle prime degustazioni degli inizi degli anni Duemila, si delineava il profilo di un vino dall’importante, struttura e dall’olfazione complessa, a suggerire potenzialità di invecchiamento.

Ad oggi sono pochi i produttori di Scimiscià; siamo andati a trovare uno dei capisaldi della produzione di questo vino, Domenico Cuneo Castillo, dell’agriturismo u Cantin a San Colombano Certenoli; ci troviamo nell’entroterra ligure, in Val Fontanabuona, a circa 300 metri slm. Piccolo produttore di 2.500 bottiglie, per 6.000 mq vitati a conduzione famigliare, in attività da circa 17 anni. Il vitigno è circondato da ulivi ed alberi da frutto, altre produzioni dell’azienda agricola.

Ci accoglie Domenico che ci mostra orgoglioso la sua vigna. E’ stato uno dei pionieri del rilancio dello Scimiscià e ci racconta dell’innesto delle prime barbatelle e dei primi raccolti, dell’importante contributo e dell’amicizia che lo lega alla dottoressa Silvia Dellepiane. Per lui questo progetto è stato motivo di orgoglio, di rivalsa, di campanilismo: “mi sono impegnato per recuperare e valorizzare questo vitigno che é un grande valore per questa valle già nota per l’ardesia”. Passeggiando tra le vigne ci racconta di come ha conosciuto l’ambiente vitivinicolo locale: “da ragazzo mi sono trovato a litigare con mio zio che non accettava suggerimenti per correggere una spiccata acidità (ride)”. Proseguita l’attività dello zio, Domenico è stato fin da subito coinvolto nel progetto di recupero dello Scimiscià: “abbiamo iniziato con qualche centinaio di barbatelle”; ottenendo dei buoni risultati. Ci mostra qualche grappolo, spargolo, di grandezza media, a volte alato, con acini dalla cuticola sottile: “la Simixà è come me, si alza presto e va a dormire tardi”, infatti è tra le prime a germogliare ma tra le ultime da vendemmiare. Spesso viene definito come un viticoltore “eroico” non solo per il territorio caratterizzato dalle ripide pendenze delle vigne, ma anche per le caratteristiche intrinseche del vitigno, una pianta “avara”, facilmente soggetta a muffe.

Abbiamo assaggiato le sue tre varianti di scimiscià:

• Sentè, 100% Scimiscià, un anno di acciaio e almeno 10 mesi in bottiglia prima di essere messo in vendita. Il nome, Sentè, deriva da sentiero, di difficile percorrenza, a ricordare le difficoltà nella produzione. Degustiamo un 2015, alc. 13%: cristallino, giallo paglierino con riflessi verdolini, al naso intenso e persistente, di qualità fine, sentori di fiori di bordo di campo, di frutta a polpa bianca poco matura, spiccata nota minerale, di ardesia (già proprio quell’ardesia della valle Fontanabuona); in bocca si distingue per una grande sapidità, fresco, secco, abbastanza caldo e morbido. Intenso, persistente e di qualità fine seppur giovane, lascia intravedere almeno un altro anno di affinamento in bottiglia prima di regalare una complessità maggiore. Un “timorasso ligure”.

• Giamin, 100% Scimiscià, un vino macerato, 28 giorni a contatto con le bucce, successivamente 1 anno e 3 mesi in acciaio. Il nome in gergo dialettale significa fatica. E’ curioso trovare un orange tra le valli del Levante ligure e proprio Domenico ci spiega che questo vino è nato dal consiglio di un amico, che l’ha invogliato a sperimentare. Degustiamo un 2015, alc. 13,5%: cristallino, arancione intenso, all’olfazione intenso, persistente e fine, elegante. Note di frutta a polpa bianca, matura, accompagnate da sentori di miele di castagno, di idrocarburi e smalto. Intenso e persistente, lungo in bocca, regala una spiccata sapidità e freschezza, secco, morbido e caldo. A differenza della variante non macerata, lo troviamo pronto, che si accompagna bene all’arrosto alle nocciole della Val Fontanabuona che la moglie di Domenico ha sapientemente cucinato.

• Maccaia, 100% Scimiscià, versione passita da grappoli selezionati, alcune botritizzati, appassito in cassetta fino a tre mesi e, successivamente, fermentazione in acciaio. “Il mio vino è il Maccaia”, significa calura, e a chi intravede una nota di tristezza nel nome, Domenico ci tiene a specificare che “il mio vino non è triste!”. Versato nel calice, si presenta grandioso in tutto il suo colore ambrato con venature mogano. Al naso manifesta tutta la sua eleganza, snocciolando delicati sentori di frutta secca come datteri e fichi, confettura di mele cotogne, miele di castagno. Al palato è dolce, ma non stucchevole, lascia trasparire una nota acidula che ne invoglia la beva. Sicuramente intenso, persistente e di qualità fine, la punta di diamante dell’intera produzione. Prorompente.

Sulle nuove etichette compare una fenice, come ad indicare la recente rinascita dello Scimiscià dopo anni di dimenticatoio; un augurio ad un produttore che crede nel progetto di valorizzazione di un vitigno per troppi anni sottovalutato, ma già frutto di grandi soddisfazioni.

Il Ghemme e l’eleganza del nebbiolo

In un pomeriggio dal cielo brillante e illuminato, vado per l’autostrada Torino Milano, in un viaggio intervallato da bianche nuvole, alte e dense. L’autostrada è quasi deserta, sono riuscita a vedere al di là e sono contenta di scorgere piccoli borghi, che destano in me qualche curiosità. Esco, ed inizio ad attraversare risaie e centri praticamente disabitati, questo territorio si presenta con il susseguirsi di campagne praticamente sempre uguali e vecchi cascinali, molti dei quali ormai abbandonati, ne costellano l’orizzonte.

Passato il piccolo comune di Arborio mi accorgo, guardando il navigatore, che presto avrei passato il Sesia, o come scoprirò dire qui, la Sesia. Scorgo quel grande fiume, provenire dal Monte Rosa, e scorrere velocemente lungo la sua valle. Mi pare ora di riformulare i miei pensieri, osservando il paesaggio, d’improvviso più buio, forse a causa di grosse nuvole nere, mi convinco sempre di più che sembri assomigliare a qualcosa che nel tempo si è modificato, molto, diventando un territorio sfruttato, poco abitato, e sicuramente troppo poco conosciuto e valorizzato. Ma l’impetuoso fiume, mi costringe a guardare verso le montagne, dove il massiccio del Rosa è lì: imponente e fermo.

Arrivata a Ghemme, la piazza mi fa venire in mente parole di Pavese “…ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze sono vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo che giunge per un viale di inutili piante si ferma.” Ferma anch’io, guardo oltre i campanili della piazza e mi incammino sui fianchi della valle, che geograficamente prende il nome di Collina di Cantalupo. Sono colline fluvio-glaciali, morene create dal lento fluire del ghiacciaio del Rosa. Sono belle, queste colline, a tratti terrazzate, verdi, rigogliose. I recenti temporali le hanno vigorite, l’erba fra i filari è alta quasi un metro e fiori e spighe crescono fra un fervente ronzio di insetti. La cantina è un luogo sulla strada, calma, pulita.

Mi fanno attendere qualche minuto sotto il portico degli attrezzi, mani in tasca guardo intorno: travi, trattori, damigiane, odore di mosto, quell’odore acre così familiare, da quando ne ricordo. Davanti all’ingresso manufatti in pietra, medievali? Penso di si, me ne convinco e mi siedo per l’attesa. La sensazione è di non essere del tutto nel presente. Il mobilio è austero, in vecchie stampe incorniciate si leggono contratti siglati fra Cluny e i gestori delle terre di proprietà del clero, intorno al 1200, qui nei colli Breclemae. A condurre si presenta delicatamente Alberto (Arlunno) che, senza difficoltà, si avvicina e saluta Carola, 5 anni, con me, chiedendole se è lei a interessarsi di vino.

Alberto sembra essere una conseguenza naturale, una fortuna per questi luoghi, ci sa fare, davvero bene. Il suo è un modo distaccato di guardare il mondo, con occhi che sembra stiano meglio fra i suoi pensieri. Senza astuzie, solo natura e testa. Le sue viti crescono tranquille, un non so che di snob ed un po’ eccentriche. Signore della nobiltà britannica.

Proprio mentre distrattamente penso a queste assonanze, mi si presenta una foto, anni ’80, la Signora Margaret Thatcher riceve qui, degusta il Ghemme, e le si dona il vino di Arlunno.

Alberto ci invita a seguirlo, verso i vigneti, più di 30 ettari vitati prevalentemente a Nebbiolo. La vigna che sormonta la cantina è Nebbiolo e ha nella pancia il luogo di conservazione e ‘l’infernot’ per l’invecchiamento delle bottiglie. Sono due ettari di vigna, dal nome Ronco San Pietro, da cui si possono ammirare le Alpi, il Rosa, e la valle, ora completamente oscurata da nuvole plumbee.

Il vigneto dell’eccellenza è il Breclema, 10 ettari da cui l’area meglio esposta, sud ovest, regala il Collis Breclemae, il vino di punta dell’azienda. Un vero ‘vin de garde’, qualità ancora molto ricercata e raramente realmente posseduta.

Durante la passeggiata parliamo, sempre difficile destare l’attenzione di Alberto, solo su alcune corde si accende. Una regola è parlare di geologia: delle sue colline, la conformazione del Rosa, un’altra la storia. Spiega che a San Pietro e a Breclema, Cluny aveva fondato un priorato di amministrazione, nell’XI secolo, i monaci vi si stabilirono e portarono molto del loro sapere. Questi territori fornirono a partire da allora quasi 1000 anni di ottimi vini, per le tavole regali ed ecclesiastiche, soprattutto nel Lombardo. Ed è proprio in questo contesto fuori dal tempo che noto incorniciate le parole di Cavour, 1849: “…rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna, e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vini, e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione. Vorrei sinceramente poter cooperare e contribuire a questa crociata enologica.”

Ed ecco che torniamo in cantina, per degustare quelli che secondo la guida AIS sono i migliori Ghemme mai assaggiati. Intorno a noi nuovamente foto, documenti, archeologie, testimonianze dell’orgoglio che Alberto Arlunno dimostra per questa terra, per questo regalo.

Il primo vino però è il suo bianco: il Carolus, un assemblaggio su base di “Greco”(Erbaluce), molto sapido, dall’ottima beva. Ecco passare in rivista alcuni dei suoi Nebbioli. I suoi Ghemme.

Ancora giovani paiono austeri, non facili, già il suo Ghemme 2005 regala sensazioni quasi sublimate. Alte, che parlano all’anima, da far tornare in mente il concetto di vino santo, puro.

Il Collis Breclemae è di struttura, ampio, un colore da premiare, tannini rotondi, dalla lunga vita, sia in bottiglia, sia in bocca. Estremamente soddisfacente, i paragoni con la longevità dei grandi vins de garde borgognoni sono meritati. Forse la sinergia di Alberto Arlunno con il suo terroir è davvero tale. Il suo è un vino elegante.

Interrogato su cosa pensa del suo lavoro risponde:

“Penso che tutti quelli che portano avanti un lavoro come il mio, così legato alla terra, siano una sorta di tessera, appartenente ad un disegno più grande. Noi abbiamo ricevuto dai nostri avi questi luoghi, questo sapere e abbiamo il dovere di consegnare gli stessi vigneti alle generazioni future. Conoscere meglio il passato di questi luoghi mi fa sentire meno solo, dà un significato a quello che faccio, queste sono considerazioni che mi fanno abbandonare la variabile tempo… sentendo così di appartenere a una famiglia, molto grande, che ha avuto tanti padri e ha tantissimi figli, contadini come me”.

In realtà Alberto contadino è anche un eccellente enologo e laureato in Agraria, e un appassionato storico e amante delle scienze. Lui certamente contribuisce alla definizione di “crociata enologica”.

Noi dal nostro canto ci limitiamo a fare la parte degli estimatori. Di un vino che senza dubbio merita grandi abbinamenti e degustazioni.

 

E un giorno l’Heineken creò “The SUB”

A fine maggio rivedo un carissimo amico che collabora con lo stabilimento Heineken di Pollein in Valle d’Aosta. Mi fa presente che durante l’anno non organizzano visite, ma che il mese di giugno fa eccezione, per quattro venerdì possono invitare parenti ed amici.

Dopo aver palesato il mio interesse, mi ritrovo alle 9:30 del 30 giugno davanti all’azienda. Il gruppo è formato da 30 visitatori. Appena entrati ci viene affidato un gilet catarifrangente, poi, in un aula, il direttore della struttura ci spiega in 10 minuti il piano di evacuazione e il comportamento da tenere.

Da qui in poi è tutta magia, un cocktail fatto di tradizione, ricerca dei prodotti, controllo delle fasi di trasformazione, un athanor dove lavorano 80 persone e si producono ogni anno 1 milione di ettolitri.

Mentre l’acqua per la produzione della birra viene prelevata da 4 pozzi a 35 metri di profondità, noi continuiamo la visita da un capannone all’altro, seguendo la guida che illustra nel dettaglio tutto il processo di birrificazione. Tutti nel gruppo esprimono le loro impressioni, poi arrivati davanti alla “caldaia di cottura” cala il silenzio; è grande come un bilocale! Un ventenne ben spallato scherza con il padre: “mi ricorda la piscina in vasca corta degli allenamenti”. Si continua il viaggio attraverso la “caldaia di luppolamento” ed infine arriviamo nella sala dei “contenitori di fermentazione” dove il lievito aggiunto alla massa liquida farà partire la fermentazione alcolica.

Il risultato sarà una birra Heineken da 6,5 gradi, che in seguito sarà diluita con acqua per portarla ai 5 gradi di alcool.

Adesso è arrivato il momento del confezionamento. In questa zona dello stabilimento gli ingegneri hanno assemblato un’opera d’arte in movimento. Migliaia di lattine vuote vengono incolonnate su un nastro trasportatore dove una fotocellula scarta quelle con difetti.

In sequenza: un getto d’acqua pulisce il contenitore e lo asciuga, lo riempie di birra e applica il coperchio con la linguetta. Per essere commercializzata manca solo la pastorizzazione: le lattine piene sono scaldate sopra i 60 gradi per diversi minuti. Poi avviene l’impacchettamento e lo stoccaggio in magazzino.

Dopo due ore di visita ci viene offerto un bicchiere di birra servita direttamente da uno spillatore “THE SUB”, brevettato dall’Heineken per l’uso domestico. Lo stabilimento di Pollein è l’unico al mondo predisposto per l’imbottigliamento delle cartucce (Torp) da 2 litri di birra, compatibili con il nuovo prodotto. Il consumatore può procurarsele online oppure attraverso due grosse catene di distribuzione come la Rinascente e l’Esselunga.

Come al cinema è arrivato il momento dei titoli di coda, scendiamo dalla giostra, salutiamo calorosamente lo staff e ritorniamo alle nostre auto, consapevoli di aver visto “una grande bellezza”.

Amicizie in bottiglia

Sono due anni che ci troviamo costantemente dietro a questo tavolo, nella stessa casa, in pieno centro di Torino, a ridosso di Piazza Statuto. Le solite quattro facce, più qualche comparsa che si aggiunge di tanto in tanto. Sul tavolo, cibi in abbinamento di vario genere, bicchieri e bottiglie rigorosamente avvolte da carta stagnola.

Nessuno sa quali siano i vini degli altri, eccetto il proprio.

Di solito si inizia sempre con una bolla o un bianco, per poi proseguire con vini via via più strutturati.

“Chi inizia?” chiede il padrone di casa.

“Faccio io?” risponde quello alla sua sinistra.

“E’ un vino cristallino, anzi, direi brillante per via di questa bella lucentezza… “

C’è silenzio nella stanza, tutti ascoltano attentamente l’analisi di quel vino ed è concesso intervenire solo quando si arriva alla fase del riconoscimento degli odori.

“Banana, pera, frutti tropicali… un leggero sentore di burro fuso e vaniglia, siete d’accordo?” domanda chi sta conducendo la degustazione.

Terminata l’analisi viene assegnato un punteggio al vino, ma non prima di aver motivato la scelta di quella valutazione.

“Lo premio sul colore, sulla complessità e sulla persistenza… 86”

“Che cosa può essere?” domanda il padrone di casa, proprietario di quella bottiglia coperta.

“Forse uno Chardonnay?” dico io.

“Ok, si, ma da dove può provenire?”

“Data la morbidezza, mi fa pensare ad un frutto maturo che ha preso molta luce, può essere siciliano?” insisto.

“No, vi arrendete?” chiede.

“E’ uno Chardonnay della Galilea prodotta da Golan Heights Winery”

I vini più improbabili li ho bevuti in questa casa. Tutti alla ricerca di quel raro vitigno di quella parte del mondo che va raccolto solo negli autunni di luna piena. Si fa a gara a portare la bottiglia più rara, la meno commerciale, la più sconosciuta.

Maledetti! Quante cantonate ho preso, ma, nonostante tutto, quanta voglia di conoscere e misurasi.

Quello che inizialmente era uno studio di preparazione all’esame da Sommelier è diventato, con il tempo, un laccio che ha intrecciato le nostre vite. Cosa non si dice degustando del buon vino. Questo liquido odoroso, come lo chiama Sandro Sangiorgi, è un grimaldello che apre i nostri cuori e li mette in comunicazione con gli altri, è questo quello che si intende per convivialità, ci libera delle nostre maschere almeno per un momento e, per un momento, si ritorna bambini, si vive di ricordi, ci si racconta le storie più intime, le debolezze e quei peccatucci che ognuno di noi sapientemente tiene segregati in quella parte di sé che poi, giorno dopo giorno, dimentica.

Freisa eroica

di Pierluigi Modesti e Mattia Polello

Luca Ferrero è un ragazzo giovane e di pochi sorrisi: il suo sguardo racconta di lavoro, passione e tante speranze con un un po’ di apprensione verso il futuro.
Ca’ del Prete, l’azienda agricola che ha rilevato dallo zio circa otto anni fa, ha meno di cinque ettari di vigne.

Luca ha tante idee su come fare il vino ed evidentemente un rapporto viscerale con la sua terra: è persona di grande umiltà e semplicità, testimone di un mondo contadino forse dimenticato, almeno da noi cittadini, abituati a vite frenetiche e ad un concetto consumistico del tempo.

Ci troviamo a Pino d’Asti, nell’Astigiano al confine con il Chierese: una zona collinare suggestiva dove buona parte del territorio è ancora ricoperta da zone incolte, noccioleti  e piccoli boschi, tra le quali si trovano, nelle posizioni meglio esposte, alcune vigne, quasi isolate le une dalle altre.

In questa terra il vitigno Freisa ha una sua storia di almeno 300 anni, ed è il vitigno d’elezione: occupa i vigneti con i migliori terreni ed esposizioni, come, invece, non gli capita in altre zone del Piemonte, dove è relegato nei fondo valle, quasi sempre per produrre vini da tavola frizzanti.

I terreni sono argillosi, calcarei e sabbiosi, diversi da quelli del Chierese, come diversa è la freisa che si produce, così almeno tiene a spiegarci Luca.

È l’unico produttore ad essere certificato biologico in questo comune, la sua terra gli da tutto ciò che gli serve e quindi va rispettata… nessun trattamento in vigna, solo il piretro per la flavescenza dorata… ed un uso moderato della solforosa, entro i limiti del disciplinare biologico, che dal 2012, ricordiamo, è europeo.

Utilizza solo lieviti indigeni, sapendo che il rischio e di avere un po’ meno controllo sulla fermentazione che può dare una certa volatile a causa delle cariche batteriche. Noi non troviamo assolutamente questo problema nel suo vino e immaginiamo che la pulizia e la sterilizzazione siano fattori decisivi per non alimentare fermentazioni indesiderate. Molti produttori della zona sono rimasti legati all’idea di un vino da tavola, magari in damigiana e di una viticoltura tradizionale con prodotti di sintesi che porta ad avere un’alta produttività (anche 100 quintali per ettaro) a scapito, come sempre, della qualità.

Luca è da solo, a parte un operaio che ogni tanto dà una mano e si occupa di tutto: del lavoro in vigna, della vinificazione, dell’accoglienza clienti e degli aspetti non meno importanti, commerciali, fiscali e della comunicazione… Ma concede anche spazio alla sperimentazione con molte idee e progetti, alcuni parcheggiati e in attesa di risorse economiche.

Nonostante questo non pensa di puntare alla quantità: fare agricoltura biologica significa anche produrre meno, come nella sua vigna d’elezione, da cui produce una freisa superiore, ferma e di corpo, il “Casot”.  La vigna è circondata da poche altre e dai boschi, ha un esposizione ottimale verso sud-est, in testa ai filari ci sono le rose ed alcuni cassette per la nidificazione di quegli uccelli che lo aiutano nella lotta integrata.

I filari abbastanza spaziosi l’uno dall’altro con un totale inerbimento e la produzione non supera i 40 quintali per ettaro.

La Freisa prodotta da questa vigna farà fermentazione in acciaio e poi legno…Barriques vecchie di venti e anche venticinque anni, solo per dare alla Freisa,  che già ha un suo tannino importante e non ha nulla da chiedere al legno, la dimora per un quieto riposo di circa un anno.

Luca non scende a compromessi e non produce vino bianco: sa benissimo che questa terra non ha terreni adatti e non avrebbe soddisfazione dal produrre uno Chardonnay, un Cortese o un Arneis qualunque. Quindi, ha deciso di fare uno spumante Charmat partendo da una Malvasia di Schierano, con un 20% di Freisa, vino perfetto da aperitivo, grazie anche al suo colore rosa carico molto accattivante, così come per accompagnare un dolce, grazie ad un delicato residuo zuccherino.

Per sua scelta e gusto, tende e far surmaturare le uve ed avere dei vini che anche se fanno solo acciaio devono essere soprattutto morbidi e pronti alla beva, come per la sua Barbera che mai diresti che passi solo in acciaio: l’acidità è molto smorzata per dare spazio a frutto, struttura e morbidezza.

Sta anche sperimentando un metodo classico di Freisa e Barbera; per ora le bottiglie, circa un migliaio, sono tutte chiuse con tappo a corona e accatastate. Poi si vedrà.

Degustiamo con lui il suo spumante Charmat, la Freisa vivace, la Barbera e la Freisa Superiore, nella terrazza del ristorante adiacente, la Muscandia, con una bellissima vista sull’omonima valle e sulle colline circostanti… Il ristoratore, molto cordiale, vuole raccontarci della cucina locale. Ci vengono offerte anche dei fiori di zucca freschi, in pastella. Sono ottimi e si accompagnano perfettamente con lo spumante Charmat o la Freisa vivace.

Luca si congeda da noi, dicendo che per lui è grande soddisfazione parlare con persone interessate al suo lavoro e al suo vino; noi lo salutiamo promettendogli che daremo voce a questo mondo vitivinicolo autentico, di sussistenza, ma che, in totale simbiosi e rispetto del territorio, cerca la strada per un vino di qualità.

Poi, immersi nel verde del Monferrato, ci lasciamo tentare dai piatti tradizionali e, allo stesso tempo, innovativi che ci propongono a seguire.